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Vescovo Varden: “San Giuseppe è pronto a sostenerci nelle nostre battaglie”

Il vescovo Erik Varden, dalla Norvegia, riflette sulla fede e sulla forza di San Giuseppe, modello di serenità e dedizione in mezzo all’incertezza.

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Redazione (08/01/2026 17:20, Gaudium Press) Ogni anno, i biglietti di auguri natalizi riempiono le case con immagini della Vergine, del Bambino Gesù, dei pastori e degli angeli. Ma raramente il protagonista di quella Notte Santa, San Giuseppe, appare al centro della scena. Eppure il suo ruolo fu essenziale.

Era il custode del Redentore, il protettore della Vergine e il perfetto esempio di forza.

Così lo ha spiegato il vescovo Erik Varden, monaco trappista e attuale prelato di Trondheim, in Norvegia, in una conversazione con The Pillar Catholic. Dalle terre nordiche dove il sole scompare per settimane durante l’inverno, Varden ha condiviso una riflessione che illumina la figura di San Giuseppe con una luce nuova.

Il Natale attraverso gli occhi di San Giuseppe

Il vescovo ricorda che il Vangelo di Matteo ci presenta un Giuseppe turbato dalla prospettiva della nascita del Salvatore. Ma nel mezzo di quella crisi, un angelo gli rivela il mistero: doveva compiere la sua missione di padre putativo del Figlio di Dio.

«Di fronte all’intervento di Dio nella storia», spiega Varden, «gli esseri umani reagiscono con confusione e ansia. È inquietante che la grazia sconvolga la vita di una persona; ci vuole tempo per acquisire una prospettiva divina sulle questioni umane». San Giuseppe, dice il prelato, ha vissuto prove molto umane. In alcune antiche rappresentazioni della Natività appare appartato, tentato da un demone travestito da pastore, che gli sussurra dubbi: «Credi davvero in quel sogno?Non sarà tutta una follia?».

Ma Giuseppe ha resistito. «Non ha permesso che i suggerimenti diabolici gli facessero cambiare idea, ma è rimasto saldo nella sua lealtà. Per questo è ben preparato a sostenerci nelle nostre battaglie», afferma Varden.

L’esempio del padre adottivo

L’atteggiamento di Giuseppe durante il viaggio a Betlemme e la fuga in Egitto rivela un modello di discrezione e pace.

Senza lamentarsi, senza clamore, si è assunto il peso di proteggere la sua famiglia e di obbedire alla volontà divina. «La paternità di San Giuseppe — dice il vescovo — è uno stato di dedizione, di amore coerente per uno scopo diverso dal proprio. È il santo patrono della generosità».

Varden osserva che Giuseppe è anche un esempio di gioia, quella che scaturisce dall’amore e dal sacrificio che custodisce in silenzio.

Molti vedono la paternità come un possesso o una realizzazione personale, Giuseppe ci insegna l’arte di amare senza possedere.

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Mons. Erik Varden

Vivere accanto a Dio fatto uomo

Come l’incarnazione ha cambiato la vita di Giuseppe? Il vescovo risponde con un paragone: «Quando siamo vicini a una persona veramente buona, la sua sola presenza ci trasforma. Quanto più sarà cambiato Giuseppe vivendo accanto a Dio fatto uomo».

E aggiunge un’idea commovente: «Compiuta la sua missione, Giuseppe scompare dalla scena senza cercare riconoscimento. In lui si compie la frase di San Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me”. Il suo desiderio era quello di non proiettare la propria ombra sul mistero della Luce».

Un modello necessario per il nostro tempo

Il rinnovato interesse per San Giuseppe – che si riflette nella Consacrazione a San Giuseppe, nelle devozioni al San Giuseppe addormentato e nell’Anno a lui dedicato da Papa Francesco – non è una coincidenza. Per il vescovo Varden, «rivela una ricerca di realismo nella fede».

«Più le nostre relazioni diventano virtuali e più relativizziamo la vita umana, più abbiamo bisogno di un correttivo sensato. San Giuseppe ci riporta al Vangelo concreto, al profumo delle strade, alla fatica del viaggio, al calore della casa. Egli rende credibile il sublime».

Durante una visita al Museo Domenicano di Cracovia, Varden è rimasto commosso nel contemplare una pala d’altare del XVIII secolo in cui il Bambino Gesù imita i gesti del suo padre adottivo. «Il Verbo, a cui l’umanità è stata modellata a immagine, aveva bisogno lui stesso di un’immagine di maturità umana. In quei momenti, Giuseppe deve aver cantato il suo Magnificat», commenta.

La tenerezza che sostiene la speranza

Il mondo attuale è pieno di rumore, fretta e dubbi, il vescovo conclude che meditare su San Giuseppe evita che la nostra fede diventi troppo astratta. La sua figura ci ricorda che Dio agisce anche nell’ombra, nelle cose semplici, in coloro che fanno la sua volontà senza cercare applausi.

E per chi desidera contemplare il mistero del Natale attraverso l’arte e la bellezza, Varden raccomanda tre opere:

  • L’Oratorio di Natale di Bach, interpretato dalla Netherlands Bach Society.
  • Il documentario Knowledge is the Beginning (2006), sull’orchestra fondata da Daniel Barenboim ed Edward Said, simbolo di dialogo e speranza.
  • Il film d’animazione Natale (1996) di Mikhail Aldashin, «capace di vedere la realtà così com’è, ma gloriosamente illuminata».

«Queste opere – dice- ci ricordano il significato della meraviglia. Senza di essa, la nostra visione del mondo si deforma. Con essa, impariamo a unirci al canto degli angeli, anche se possiamo suonare solo il triangolo».

Con informazioni da Religión en Libertad

 

 

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