Il governo azero ha raso al suolo la chiesa cattolica di San Giacomo
Il governo dell’Azerbaigian ha abbattuto la chiesa di San Giacomo nella città occupata di Stepanakert, in un atto ampiamente considerato parte di una campagna sistematica di distruzione del patrimonio culturale e religioso armeno nella regione del Nagorno-Karabakh.

Foto: Diocesi di Artsakh
Redazione (14/04/2026 19:42, Gaudium Press) La completa distruzione della chiesa armena di San Giacomo (Sourp Hagop), a Stepanakert, rappresenta un altro doloroso colpo al patrimonio cristiano nel Nagorno-Karabakh, noto anche come Artsakh dalla popolazione armena locale, o semplicemente Karabakh (regione tra l’Armenia e l’Azerbaigian).
Secondo un comunicato diffuso il 12 aprile dalla diocesi di Artsakh — attualmente residente in Armenia dopo l’esodo forzato della popolazione armena nel settembre 2023 —, il tempio è stato «interamente distrutto» dalle autorità azere.
Nel testo, la diocesi manifesta “profonda tristezza” e condanna con veemenza l’atto, attribuendolo direttamente all’“amministrazione di occupazione azera”. La chiesa di San Giacomo era uno dei principali centri della vita spirituale di Stepanakert. Ogni domenica, migliaia di fedeli vi si riunivano per la liturgia e per ricevere l’Eucaristia. La sua demolizione non significa solo la perdita di un edificio; rappresenta la cancellazione di uno spazio sacro dove affondava le sue radici la vita sacramentale di una comunità oggi dispersa dall’esilio.
Dalla riconquista totale del territorio da parte dell’Azerbaigian, nel settembre 2023, quasi tutta la popolazione armena — profondamente cristiana — è fuggita in Armenia. Questo esodo di massa ha posto fine a una presenza plurisecolare nella regione. Chiese, monasteri e cimiteri non sono solo luoghi di culto, ma segni visibili di un’identità cristiana profondamente radicata nella storia.
La diocesi di Artsakh inserisce questo episodio in un quadro più ampio di distruzioni di santuari cristiani nella regione. Negli ultimi anni, diverse chiese sono già state rase al suolo o profanate. Il comunicato denuncia un “genocidio culturale” praticato in modo “sistematico, deliberato e sponsorizzato dallo Stato”, con il chiaro obiettivo di eliminare ogni traccia della presenza storica armena e cristiana in Artsakh.
Di fronte a questi atti, i responsabili religiosi lamentano l’«indifferenza delle istituzioni internazionali» che assistono senza un intervento efficace all’avanzare di queste violazioni contro il patrimonio religioso. Affermano che continueranno a invocare giustizia con perseveranza e rinnovano l’appello alla comunità internazionale affinché adotti misure concrete e ponga fine a questa situazione.
«Pertanto, ancora una volta facciamo appello agli organismi internazionali competenti affinché intervengano per fermare questo vandalismo flagrante e impedire la distruzione del patrimonio spirituale e culturale dell’Artsakh, un valore pan-cristiano», recita il comunicato.
Oggi i fedeli vivono in esilio, privati dei loro templi. Nella tradizione armena, la trasmissione della fede è intimamente legata ai luoghi consacrati. La perdita di questi santuari incide direttamente sulla continuità spirituale della comunità.
Oltre che al popolo armeno, questo patrimonio appartiene a tutta la cristianità. I santuari dell’Artsakh testimoniano l’antichità del cristianesimo nel Caucaso. La loro graduale scomparsa solleva questioni urgenti sulla protezione dei luoghi di culto nelle zone di conflitto e sul rispetto della libertà religiosa.
L’appello della Diocesi di Artsakh sottolinea la gravità del momento. Senza una reazione concreta da parte della comunità internazionale, si corre il rischio che una parte importante del patrimonio cristiano mondiale scompaia nel più assoluto silenzio.





lascia il tuo commento