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Ritrovata l’Ostia intatta dopo 47 settimane, in un chiesa distrutta nel sud del Libano

Il sacerdote rientrato nella chiesa di San Giorgio a Tibnín, dopo il cessate il fuoco, ha trovato l’Ostia consacrata esattamente dove l’aveva lasciata settimane prima, senza alcun segno di deterioramento

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Foto: Vatican News

Redazione (27/04/2026 16:17, Gaudium Press) Il villaggio di Tibnin, nel sud del Libano devastato dalla guerra, con la chiesa danneggiata gravemente, è testimone di quello che il suo parroco non esita a definire un segno della natura indistruttibile della presenza di Cristo. La mattina del 17 aprile, il sacerdote greco-cattolico melchita padre Marios Khairallah è rientrato nella chiesa di San Giorgio — dopo l’entrata in vigore della tregua — ed è rimasto senza parole di fronte a una scoperta che ha lasciato sbalordita tutta la sua comunità: l’ostia consacrata che aveva lasciato nella chiesa diverse settimane prima era rimasta intatta, senza alcun segno di deterioramento, dopo 47 giorni di abbandono forzato.

In mezzo a vetri rotti e distruzione all’interno della chiesa, questa scoperta è apparsa chiaramente al sacerdote e alla comunità come la testimonianza della presenza di Dio accanto al suo popolo «Dopo 47 giorni, non esiste una spiegazione scientifica del perché il pane non si sia deteriorato», ha affermato padre Khairallah. «Ma per noi questo non è strano, perché crediamo che questo sia il Corpo di Cristo. Questa è la nostra fede; non è nuova né sconosciuta per noi. Crediamo nella presenza di Dio nell’Eucaristia».

Anche la statua di Maria intatta

Padre Khairallah, ha poi aggiunto «È vero che a Tibnín c’è distruzione. Ma c’è anche un incontro con Gesù», «Gesù ci ha aspettato 47 giorni, senza presenza umana».

Ma non solo il pane eucaristico intatto, una statua della Vergine Maria è rimasta in piedi in mezzo alla rovina. Il sacerdote Khairallah ha colto il significato di quell’immagine: la Madre di Dio, ha sottolineato, è «la madre che attende i propri figli».

I cristiani di Tibnin

Padre Khairallah ha raccontato che a Tibnin vivono circa 55 famiglie di rito greco-cattolico melchita, tutte costrette ad abbandonare il paese a causa del conflitto. Con la tregua, una parte è tornata temporaneamente per recuperare vestiti e oggetti personali, ma i più vivono ancora fuori: presso parenti, in appartamenti in affitto, nelle scuole, nei monasteri o a casa di amici.

Il sostegno materiale stenta ad arrivare ad eccezione degli aiuti giunti tramite una missione pontificia e di alcuni privati che hanno contribuito con medicinali. In questo contesto, emerge l’opera del nunzio apostolico in Libano, l’arcivescovo Paolo Borgia, che viene descritto come «un vero pastore e padre che si prende cura di tutti», sottolineando che «fa ciò che nessun altro fa: ci visita anche sotto i bombardamenti».

Con le attuali condizioni di grave disagio è quasi impossibile il rientro degli abitanti in quanto a Tibnín come riferisce padre Khairallah manca acqua, elettricità e internet, senza contare il freddo intenso. Gli abitanti sono in maggioranza persone di modeste condizioni economiche — pensionati, insegnanti, militari e agricoltori — che non hanno la forza di sopportare una crisi di questa portata.

Dinanzi a questo scenario di distruzione e precarietà, le parole del sacerdote suonano rassicuranti: «Gesù ci ha aspettato 47 giorni, senza alcuna presenza umana». Per padre Khairallah, l’Ostia intatta rinvenuta tra le macerie non è un fatto isolato, ma la manifestazione visibile di una verità che la sua fede proclama da secoli: che la presenza di Cristo nell’Eucaristia non cede né alla guerra, né all’abbandono, né al passare del tempo.

Con informazioni da Infocatolica

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