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La musica è sacra quando è pensata per la liturgia

È sufficiente che un brano venga suonato in una chiesa perché sia considerato sacro? Il presidente del Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra risponde con un secco no.

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Dell Acqua – Foto: unipiams.org

Redazione (10/05/2026 16:45, Gaudium Press) Il dibattito sulla cosiddetta «musica da chiesa» è tornato alla ribalta dopo diversi eventi pubblici legati a Leone XIV e una riflessione sempre più ampia sulla natura della musica sacra. Cosa si intende realmente per musica liturgica? Esiste ancora oggi una musica propriamente «sacra»? Il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, ha affrontato queste questioni con don Riccardo Dell’Acqua, presidente del Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra.

Don Riccardo, quarantenne, sacerdote dell’arcidiocesi di Milano da quindici anni, ha iniziato a suonare l’organo a quattordici anni nella sua parrocchia natale di Legnano. Dopo aver proseguito gli studi in seguito all’ordinazione, è diventato uno dei presidenti più giovani tra quelli delle accademie pontificie.

Sacra per la sua finalità, non per il contesto

La tesi centrale del musicista e sacerdote è chiara: la musica non diventa sacra per il semplice fatto di risuonare all’interno di un luogo di culto. «È sacra perché è pensata per la liturgia, per accompagnare e sostenere l’azione sacramentale della Chiesa. In questo senso, la sua identità è profondamente legata alla teologia, non solo all’estetica», spiega ad Avvenire.

Don Dell’Acqua sottolinea che la bellezza è un elemento fondamentale ma insufficiente di per sé. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione Sacrosanctum Concilium, ha raccolto una lunga tradizione musicale e l’ha rilanciata in un contesto di rinnovamento. La musica sacra è tale solo se è unita all’azione liturgica: non può essere considerata un semplice ornamento, ma parte integrante della celebrazione. «Quando il canto e le parole si uniscono al rito, partecipano alla santità stessa del momento liturgico», sottolinea.

Contro la visione «funzionalista»

Il presidente del Pontificio Istituto chiede di superare quella che definisce una concezione funzionalista, secondo la quale qualsiasi musica, una volta «utilizzata» in chiesa, diventa automaticamente sacra. «La musica per la liturgia deve essere pensata fin dall’origine a tale scopo. È ciò che il Magistero chiama “santità e bontà delle forme”: una qualità che non riguarda solo l’intenzione, ma anche il risultato concreto. Ricorrere a qualsiasi musica purché funzioni rischia di svuotare il significato stesso della liturgia».

Il confine tra sacro e profano, ammette, non è sempre evidente. «Non è tanto una questione di tecnica quanto di risultato finale. Se la musica nasce sotto l’ispirazione del culto, se è orientata alla lode di Dio e non all’espressione individuale o allo spettacolo, assume inevitabilmente un carattere diverso».

Partecipazione senza banalità

Interrogato sulla tendenza a utilizzare canti di ispirazione pop nelle parrocchie, don Dell’Acqua riconosce il valore della partecipazione dei fedeli, ma avverte che non può essere l’unico criterio. «La semplicità non deve essere confusa con la banalità. Il Magistero esige che la musica sacra sia vera arte, cioè frutto di competenza, conoscenza liturgica e autentico spirito creativo».

Riguardo agli strumenti, ricorda che l’organo è sempre stato indicato dal Magistero come lo strumento privilegiato, «perché eleva potentemente gli animi a Dio». Altri strumenti possono aggiungersi, ma non devono mai sostituire l’organo e devono essere adatti o adattabili all’uso sacro.

La formazione come chiave per il futuro

La sfida principale, conclude, è educativa. «Bisogna formare musicisti, sacerdoti e comunità ad una maggiore consapevolezza. Questo percorso deve iniziare nei luoghi di formazione, come i seminari e gli istituti specializzati, ma non può fermarsi lì. Deve arrivare alle parrocchie, dove la musica si vive concretamente».

«La musica dovrebbe aiutare a vivere pienamente il mistero celebrato. Quando è veramente integrata con la parola e con il rito, diventa un potente mezzo di partecipazione. In quel momento, la comunità non solo ascolta, ma prega. È lì che la musica sacra trova il suo significato più vero: unire voce, fede e bellezza in un’unica esperienza», afferma.

Con informazioni da InfoCatólica.

 

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