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Tra le polemiche il progetto del centro commerciale-monastero nella diocesi di Milano

 “Il progetto commissionato dalla Diocesi di Milano è futuristico nella forma e antiquato nel contenuto. Un tempio multireligioso sormontato da una croce che evoca un logo, ma non il Logos”.

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Redazione (16/05/2026 16:16, Gaudium Press) Riportiamo di seguito la nota di Tommaso Scandroglio, intitolata «Nel Monastero Ambrosiano di Boeri Dio c’è ma non è cattolico», pubblicata su La Nuova Bussola Quotidiana, in occasione del progetto di «monastero» che sarà costruito dalla diocesi di Milano:

Nel Monastero Ambrosiano di Boeri Dio c’è, ma non è cattolico

Il progetto commissionato dalla Diocesi di Milano è futurista nella forma e antiquato nel contenuto. Un tempio multireligioso coronato da una croce che evoca un logo, ma non il Logos, per una fede rivolta agli atei.

La diocesi di Milano ha deciso di costruire un monastero nel quartiere di Minde, vicino all’ex area dell’Expo. Si chiamerà Monastero Ambrosiano, ma dimenticatevi di atmosfere contemplative e trascendentali. Il progetto, presentato in una conferenza stampa l’11 maggio, è stato ideato dal famoso architetto Stefano Boeri e assomiglia a un centro commerciale che, nella parte coperta, ha come tetto un trampolino da sci.

Il monastero del futuro, che ospiterà una comunità permanente, forse religiosa, si estenderà su 2700 metri quadrati, di cui 1100 saranno dedicati a spazi aperti. È prevista una chiesa triangolare, poiché, per evitare la banalità, si preferisce cadere nell’assurdo. L’architetto Boeri spiega che la chiesa avrà anche finalità culturali. In sintesi, una chiesa multifunzionale, come i già citati centri commerciali. Anche il chiostro sarà triangolare.

Di fronte all’enorme investimento (non è noto se il progetto sarà finanziato interamente dalla Diocesi), si è deciso di destinarlo non a fini cattolici, ma per creare un’omogeneità religiosa. Uno spazio per tutti dove Dio, che è cattolico, sarà anche musulmano, ebreo e un personaggio fittizio per gli atei.

Così la Diocesi spiega il progetto, futuristico nell’architettura ma museale nei contenuti: l’obiettivo è creare «uno spazio per la spiritualità, il dibattito e la riflessione, per favorire il dialogo tra diversi credi, culture e conoscenze nel XXI secolo». Infatti, ci saranno una Biblioteca delle Religioni, un Chiostro delle Religioni e un Giardino delle Religioni. In questo giardino, in linea con l’attuale spirito green, ogni religione monoteista sarà rappresentata da una pianta. Ci assale una leggera inquietudine al pensiero di quale pianta abbiano deciso di assegnarci i teologi e i progettisti di spazi verdi.

L’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, spiega con chiarezza il significato di questo progetto, in cui «convergono conoscenza, ricerca, talento, affari, intrattenimento, natura e vita, l’Italia e il mondo. Nel cuore della città dell’innovazione, sorge la domanda sul senso di tutto ciò, la ragione di tanto impegno e investimento. La domanda evoca l’incontro tra scienza e saggezza, tra innovazione ed etica, tra tecnologia e umanesimo, tra profitto e solidarietà. Così si racconta la storia di Milano: la città vive e cresce sotto la Madonnina; cioè, non c’è vita umana senza trascendenza. Così Milano scrive il suo futuro: non c’è convivenza, né pace, né bene comune senza Dio».

Il rischio reale e quasi certo è che, ancora una volta, i cattolici abbiano offerto su un piatto d’argento uno spazio affinché atei ed esponenti di altre religioni vengano a catechizzare i cattolici domenicali in base alle loro credenze. E se ciò accadrà, sarà un successo per la gerarchia milanese, perché l’ecumenismo è cosa morta e al suo posto si cerca di costruire una religione universale — desiderata solo da persone come Soros e alcuni cattolici, certamente non da ebrei né musulmani — dove si eliminano le differenze e tutti ci riuniamo sotto la parola «Dio», una parola che ora si propone spogliata di ogni identità e che deve essere vaga e onnicomprensiva, attraente per tutti i gusti. Allo stesso modo, la croce che si erge alla fine del trampolino da sci non rimanda più a Cristo; è semplicemente un marchio o un logo, non più il Logos. Un simbolo che nella coscienza collettiva esprime pace, solidarietà, inclusione, rispetto incondizionato e altri stereotipi simili.

Naturalmente, chiunque sia coinvolto nell’iniziativa urbanistica potrebbe obiettare che stiamo distorcendo tutto e che il progetto è stato concepito nel più puro spirito cristiano, che contempla un’opera missionaria ed ecumenica verso i più lontani. A questo punto si potrebbe chiedere: chi è disposto a firmare un documento in cui si dichiara che questo progetto è nato con l’obiettivo di convertire ebrei, musulmani, rappresentanti di altre religioni, atei e agnostici al Dio cattolico? Perché questo è l’obiettivo finale dell’ecumenismo. In secondo luogo, vogliamo davvero essere ecumenici? Prendiamo Gesù come esempio e leggiamo come intendeva l’ecumenismo, nelle parole che rivolse a una donna samaritana: «Voi adorate ciò che non conoscete; noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei» (Gv 4,22). La salvezza viene dai Giudei perché da quel popolo eletto proviene Gesù. Ma riuscite a immaginare un sacerdote, un vescovo o un monaco nel nuovo monastero che spiega con fermezza e carità a un musulmano che egli adora ciò che non conosce e che la salvezza viene da Cristo?

 

 

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