Intervista a Mons. Gänswein : critiche a FSSPX
Benedetto XVI tentò invano una riconciliazione nel 2009, «ma ora si vede che sono ancora più intransigenti e ostinati; è incredibile, è davvero terribile», ha affermato l’arcivescovo Georg Gänswein.
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Foto: Vatican News
Redazione (07/07/2026 17:13, Gaudium Press) In un’intervista al Corriere della Sera, l’arcivescovo Georg Gänswein, per molti anni segretario particolare di Benedetto XVI e oggi nunzio apostolico nei Paesi Baltici, ha espresso una valutazione chiara e senza mezzi termini sulla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), il gruppo tradizionalista fondato da monsignor Marcel Lefebvre.
Secondo lui, i settori più radicali della Fraternità hanno respinto le offerte di riconciliazione con Roma e si sono chiusi ancora di più rispetto all’epoca di Benedetto XVI.
Gänswein ha manifestato la propria delusione per il fallimento dei tentativi di Benedetto XVI volti a ripristinare la piena comunione. Il Papa tedesco aveva dedicato anni a questa causa, convinto che l’unità sull’altare fosse vitale per la vita della Chiesa. Egli considerava la divisione come una ferita aperta che doveva essere sanata con pazienza pastorale.
Le dichiarazioni hanno acquisito maggiore risalto in seguito alla lettura pubblica, presso il seminario di Écône (Svizzera), di un testo che accusa le autorità ecclesiali, a partire dal Concilio Vaticano II, di essere animate da uno spirito contrario alla fede e di aver agito contro la Sacra Tradizione. Per Gänswein, questo tipo di posizione rivela una visione distorta della Tradizione cattolica. Molti nella FSSPX, secondo lui, sembrano credere che la Tradizione sia terminata con Pio XII (deceduto nel 1958) e interpretano tutto ciò che è venuto dopo, specialmente il Concilio, come un errore o una rottura. Tale rigidità lascia poco spazio alla legittima continuità del magistero e della vita ecclesiale.
La mano tesa di Benedetto XVI
Benedetto XVI «voleva essere un pontefice, letteralmente: un costruttore di ponti», e un padre spirituale, alla ricerca della pace anziché della divisione, «una mano tesa che, purtroppo, essi non hanno accettato». Essi «sono come i protestanti di cinque secoli fa; il cardinale Müller ha ragione», ha sottolineato l’arcivescovo.
Un gesto significativo di Benedetto XVI era stata la revoca, nel 2009, della scomunica dei quattro vescovi ordinati da Lefebvre nel 1988. L’obiettivo era quello di creare le condizioni per nuovi dialoghi e per la riconciliazione. Tuttavia, Gänswein ritiene che correnti radicali all’interno della Fraternità abbiano opposto resistenza sin dall’inizio e che, con il passare del tempo, il gruppo si sia allontanato ancora di più da Roma. Sebbene la grazia possa operare dei cambiamenti, i segnali attuali indicano un crescente allontanamento dall’unità auspicata sia da Benedetto XVI che da Papa Leone XIV.
Problemi non solo di liturgia
Gänswein insiste sul fatto che il problema con la FSSPX va ben oltre la modalità della Messa. Esistono comunità pienamente unite a Roma che celebrano la Messa Tridentina (forma straordinaria del Rito Romano) senza conflitti, come la Fraternità Sacerdotale di San Pietro (FSSP). Fondata nel 1988 da sacerdoti che avevano lasciato la FSSPX, la FSSP segue il Messale del 1962, forma seminaristi e opera in diverse diocesi rimanendo fedele al Papa. Ciò dimostra che l’attaccamento al rito antico non implica necessariamente il rifiuto dell’autorità papale o del Concilio.
Inoltre, lo stesso Concilio Vaticano II non ha abolito il latino: la Costituzione Sacrosanctum Concilium (firmata anche da Lefebvre) prevedeva l’uso delle lingue nazionali, ma manteneva il latino come lingua ufficiale. L’arcivescovo francese partecipò al Concilio in qualità di padre conciliare e firmò il documento liturgico.
Critica al Traditionis Custodes
Anche Gänswein ha criticato l’attuale politica del Vaticano riguardo alla Messa in latino. Egli sostiene un approccio più flessibile, generoso e paterno nei confronti dei fedeli e dei sacerdoti legati al Messale del 1962. Egli ritiene che tale misura non solo eliminerebbe un frequente motivo di discordia sfruttato dalla FSSPX, ma contribuirebbe anche a una maggiore armonia all’interno della Chiesa. A suo avviso, le restrizioni imposte dal motu proprio Traditionis Custodes (2021) di Francesco sono state un errore che può e deve essere corretto.
Il documento di Francesco revocava gran parte della libertà concessa da Benedetto XVI nel Summorum Pontificum (2007), che consentiva la celebrazione della forma straordinaria senza autorizzazione speciale del vescovo.
Gänswein ha respinto l’argomentazione secondo cui la liberalizzazione della liturgia tradizionale da parte di Benedetto XVI avrebbe favorito, in particolare, la divisione all’interno della Chiesa. Gänswein sostiene che, nonostante alcuni abusi isolati, l’esperienza di oltre un decennio abbia dato risultati positivi. Molti vescovi, secondo lui, preferivano mantenere le aperture piuttosto che imporre restrizioni generali. Si applica il principio classico: abusus non tollit usum (l’abuso non elimina l’uso legittimo).
Restituire maggiore libertà alla celebrazione della Messa tradizionale in latino contribuirebbe a recuperare la «pace liturgica» che è stata compromessa, eliminando un argomento spesso sfruttato dai settori più radicali della FSSPX.
Gänswein, con la sua storica vicinanza a Benedetto XVI, ricorda che l’unità richiede fedeltà all’autorità della Chiesa, ma anche apertura pastorale alla legittima diversità liturgica. La riconciliazione è ancora possibile, ma dipende da un dialogo onesto su autorità, dottrina e comunione — accompagnato da un clima liturgico più pacifico e accogliente all’interno della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.




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