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“Leone XIV non revocherà le restrizioni sulla Messa in latino”, afferma il cardinale Roche

Papa Leone XIV non si è ancora espresso pubblicamente sul destino di *Traditionis Custodes*.

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Foto: Shalone Cason/ Unsplash

Redazione (31/07/2026 14:54, Gaudium Press) In un’intervista al settimanale britannico The Tablet, il cardinale Arthur Roche ha affermato in modo categorico che Papa Leone XIV non intende revocare le restrizioni imposte da Traditionis Custodes né ripristinare il regime stabilito da Benedetto XVI nella Summorum Pontificum. Si tratta della dichiarazione pubblica più chiara finora espressa sull’argomento, sebbene provenga dal prefetto del Dicastero per il Culto Divino e non dal Pontefice stesso.

Roche fonda la propria posizione sulla necessità di preservare l’unità della Chiesa. A suo avviso, l’Eucaristia è il sacramento della comunione e, quando la liturgia si trasforma in fattore di divisione, perde proprio ciò che dovrebbe esprimere.

Nell’intervista, il cardinale respinge inoltre la narrativa di persecuzione avanzata da alcuni gruppi legati al rito antico e ricorda che la riforma liturgica del Concilio Vaticano II ha rappresentato uno slancio missionario per la Chiesa, senza che ciò abbia significato considerare inadeguata la liturgia precedente.

L’argomento dell’unità, tuttavia, merita di essere analizzato alla luce dei recenti avvenimenti.

All’inizio di luglio, la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) ha celebrato nuove ordinazioni episcopali in assenza del mandato pontificio, a Écône, un gesto che ha indotto il Dicastero per la Dottrina della Fede a definire l’atto come scismatico e ad applicare le sanzioni previste dal diritto della Chiesa. Questo episodio ha profondamente alterato il contesto del dibattito liturgico.

Per anni, molti hanno avvertito che la restrizione alla Messa tradizionale avrebbe potuto rafforzare proprio i settori più radicali del tradizionalismo. Non a caso, voci autorevoli, come quella del cardinale Gerhard Müller, avevano già affermato che Traditionis Custodes avesse prodotto l’effetto contrario a quello desiderato, rafforzando la FSSPX anziché indebolirla.

Lo stesso arcivescovo Georg Gänswein ha dichiarato pubblicamente di ritenere errata la politica adottata nei confronti della liturgia tradizionale.

È proprio qui che risiede il «punto nevralgico» della questione liturgica. Se la preoccupazione centrale è preservare l’unità, forse è necessario distinguere con maggiore chiarezza tra coloro che hanno effettivamente rotto la comunione ecclesiale e coloro che, pur rimanendo pienamente uniti a Roma, desiderano semplicemente conservare una venerabile forma liturgica della tradizione latina.

Mettere tutti sotto lo stesso tetto rischia di alimentare risentimenti inutili e di indebolire la fede delle comunità che non hanno mai contestato l’autorità del Papa.

Allo stesso tempo, sarebbe altrettanto errato ignorare che, da certi ambienti legati al rito antico, sono emersi discorsi di aperta ostilità nei confronti del Concilio Vaticano II, dei papi recenti e delle autorità ecclesiastiche.

Le parole di Roche sul tono di odio presente in parte di tale dibattito non possono essere semplicemente ignorate. La carità e la comunione rimangono criteri indispensabili per qualsiasi autentico rinnovamento liturgico.

Finora, tuttavia, vi è un elemento che invita alla prudenza. Papa Leone XIV non si è ancora pronunciato personalmente sul futuro di Traditionis Custodes.

L’intervista a The Tablet rivela la convinzione del prefetto responsabile della liturgia, ma non ha il peso di un atto magisteriale o disciplinare del Pontefice stesso.

Dopo il nuovo scisma provocato dalle ordinazioni della FSSPX, la questione ha smesso di essere meramente liturgica. È diventata una sfida eminentemente pastorale: come difendere l’unità senza allontanare coloro che rimangono fedeli alla Chiesa? La risposta richiederà ben più che semplici norme disciplinari. Richiederà discernimento per distinguere coloro che hanno rotto la comunione da coloro che, pur celebrando secondo il messale antico, continuano a professare la stessa fede cattolica e a riconoscere l’autorità del Successore di Pietro. Solo così la vera unità cesserà di essere un mero principio giuridico per tornare ad essere una realtà vissuta nel cuore della Chiesa.

Di Rafael Ribeiro

 

 

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