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Sant’Agostino, grande guida della cristianità

Sant’Agostino, la cui memoria la Chiesa celebra il 28 agosto, ebbe una giovinezza segnata da vizi e deviazioni dottrinali, ma si convertì grazie alle preghiere di sua madre e all’influenza di Sant’Ambrogio. Dopo un periodo di penitenza, fu ordinato sacerdote e in seguito vescovo. Tra le sue opere ricordiamo in particolare le Confessioni.

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Sant’Agostino, opera di Tomás Giner – Museo Alma Mater, Saragozza (Spagna) Foto: Francisco Lecaros

Redazione (28/08/2026 17:05, Gaudium Press) «Come dice Agostino» era diventata un’espressione ricorrente negli scritti di San Tommaso d’Aquino.

Il Vescovo di Ippona viene citato circa tremila volte nella Summa Theologica. Anche innumerevoli documenti del Magistero ecclesiastico e trattati dogmatici si basano sulla dottrina di colui che è senza dubbio uno dei più grandi luminari della teologia. Tesi audacissime attraversano indiscutibilmente i secoli, grazie esclusivamente all’autorità di colui che le ha enunciate.

Tuttavia, forse meno commentato di Augustinus dicit è l’Augustinus vixit

Come visse? Come insegnò a vivere? Dotato di grande intelligenza e di una non minore capacità di amare, Sant’Agostino mantenne il proprio modo di vivere coerente con il proprio modo di pensare. Mentre viveva in balia delle passioni, seguì l’eresia di Mani; quando abbracciò con fervore la vera dottrina, come cambiò il suo modo di vivere?

La sua esistenza potrebbe essere analizzata sotto molti aspetti: dai profondi studi filosofici alle minuziose analisi del percorso spirituale, passando per riflessioni sull’onnipotenza della tenerezza materna nella preghiera. In tutto ciò, il Santo rappresenterebbe un modello. Ma limitiamoci a una delle sue eredità più eloquenti, che rispecchia ogni fase del suo itinerario: il modo in cui organizzò la propria vita.

Sulle vie del peccato

Tagaste era una piccola città della Numidia, nell’Africa proconsolare. Oggi si chiama Souk Ahras e si trova all’estremità orientale dell’Algeria, vicino al confine con la Tunisia. In quel luogo nacque Agostino il 13 novembre del 354, ereditando da suo padre, Patrizio, qualcosa della cultura romana e da sua madre, Monica, un germe di fede cattolica e di vita cristiana. Tuttavia, secondo le usanze dell’epoca, non ricevette il battesimo durante l’infanzia.

Patrizio era molto attento all’educazione del ragazzo, provvedendo a tutto ciò che potesse garantirgli una buona posizione nel mondo. Tuttavia, Agostino si rammarica: «Mio padre non si preoccupava di sapere se io crescessi ai Tuoi occhi, o Dio, e se vivessi castamente, purché fossi eloquente».

Durante i suoi studi a Madaura e Cartagine, così come in un periodo trascorso oziosamente a Tagaste, il giovane si abbandonò ai vizi, ora per vanità, ora addirittura per malizia, nonostante gli ammonimenti di sua madre: «Fin dall’adolescenza ardevo nel desiderio di soddisfarmi in cose vili, osando abbandonarmi come un animale a vari e tenebrosi amori! […] Non mi attenevo alla giusta misura dei rapporti da anima ad anima, entro i limiti luminosi dell’amicizia».

Circa un anno dopo il suo arrivo a Cartagine, nell’anno 370, gli nacque un figlio, Adeodato, frutto di un’unione peccaminosa, ai cui legami Agostino rimase vincolato per lunghi anni.

Ciononostante, e forse già grazie alle preghiere di Santa Monica, nella sua anima si risvegliò il desiderio di ricerca della saggezza leggendo l’opera Hortensius di Cicerone. Tale desiderio lo condusse anche alle Sacre Scritture, che purtroppo respinse ben presto a causa di quella che egli giudicava semplicità di stile.

Adesione al manicheismo

Con grande apertura mentale, Agostino cercò una dottrina che giustificasse la sua vita in balia delle passioni sfrenate. Aderì quindi all’eresia dei manichei e vi si dedicò con tale impeto da trascinare con sé il suo benefattore, Romaniano, e un compagno che avrebbe seguito le sue orme sia nell’errore che nella conversione, Alipio.

Per nove anni Agostino rimase lontano dalla fede, e la sua condotta non fece che accrescere le lacrime e le preghiere di sua madre, la quale, rivolgendosi a un vescovo per chiedergli di tentare di ricondurre suo figlio sulla retta via, udì questa risposta: «Andate e vivete in pace, poiché è impossibile che possa perire un figlio di tante lacrime».

Fuga in Italia

Una volta terminati gli studi, né Tagaste né tantomeno Cartagine soddisfacevano il nuovo maestro, che già riuniva attorno a sé un nucleo di discepoli. Agostino decise di recarsi a Roma, centro del mondo, per conquistarsi la fama. Sua madre soffrì ancora di più per tale decisione e, prevedendo il disastro morale che quel trasferimento avrebbe comportato, decise di accompagnarlo. Egli, tuttavia, aveva architettato altri piani e, ingannandola crudelmente, fuggì: «Poiché si rifiutava di tornare senza di me, la convinsi con grande sforzo a trascorrere la notte in una cappella dedicata a San Cipriano, vicina al luogo in cui si trovava la nostra nave. Quella stessa notte partii di nascosto, mentre lei rimaneva lì a piangere e a pregare».

Una volta giunto a Roma, Agostino ottenne dal prefetto, Simaco, la nomina alla cattedra di retorica a Milano, allora città imperiale, trasferendosi lì con i suoi discepoli. Tuttavia, questa volta non era Agostino a realizzare i propri desideri… ma la Provvidenza che tracciava i piani per rispondere alle lacrime di sua madre.

L’incontro con la saggezza

Agostino si trasferì a Milano ormai completamente deluso dal manicheismo, che aveva sostituito con lo scetticismo filosofico. Tuttavia, qualcosa, o meglio, qualcuno lo indusse a preferire la dottrina cattolica.

Un santo uomo di nome Ambrogio occupava la sede vescovile di quella città e la sua saggezza si riversava sui fedeli attraverso l’eloquenza delle sue parole, accompagnate dalla bellezza della Liturgia, degli inni e dei Salmi. Santa Monica – che, all’inseguimento del figlio fuggitivo, aveva attraversato anch’essa il Mediterraneo – strinse subito amicizia con quel prelato e, grazie alle preghiere e alla santità di entrambi, la grazia cominciò a farsi strada in quell’anima tanto indurita quanto amata.

Assistendo alle funzioni nella cattedrale, e soprattutto osservando la figura di Sant’Ambrogio, Agostino intuiva di aver finalmente trovato la saggezza, non in forma astratta e concettuale, ma trasposta nella vita, e provava persino piacere nel contemplare il Vescovo all’opera. Il primo passo era stato compiuto; la conversione definitiva, tuttavia, avrebbe tardato ancora ad arrivare.

Riferendosi a Sant’Ambrogio, egli ricorda così: «Non avevo mai l’opportunità di consultare il tuo santo oracolo, che risiedeva nel suo cuore, riguardo ai miei dubbi, a meno che non si trattasse di questioni rapide. Tuttavia, le mie perplessità spirituali richiedevano che lo trovassi disponibile per molto tempo, per aprirmi con lui, cosa che non accadeva mai».

Il fascino della vita monastica

Se la lettura di Plotino, tradotto in latino da Mario Vitorino, lo aiutò in qualche modo a confutare gli errori manichei, fu soprattutto nelle epistole di San Paolo che Agostino trovò la verità rivelata e vide svanire le sue difficoltà dottrinali.

Si recò quindi alla ricerca di Simpliciano, venerabile anziano che lo stesso Ambrogio considerava come un padre. Egli aveva avuto la gioia di accompagnare il processo di conversione del traduttore delle opere di Plotino e di assistere, insieme a tutta la città di Roma, alla sua solenne professione di fede e alla conseguente rinuncia alla cattedra di retorica, fatti che narrò nel dettaglio.

All’eco di questi racconti, un intenso desiderio di imitarlo invase l’anima di Agostino, ma la sua volontà, indebolita dalle passioni, non era ancora libera di farlo…

In un’altra occasione, un dignitario reale, Ponticiano, andò a fargli visita. Vedendo le lettere paoline sul tavolo del professore di retorica, si sentì spinto a commentare con lui i prodigi di un nuovo stile di vita avviato da Antonio e che si era già diffuso in Europa, compreso Milano.

Ponticiano raccontò persino un episodio singolare: due suoi cari amici, dopo aver visitato una di quelle comunità nascenti, avevano deciso di abbandonare tutto per seguirli, e le loro fidanzate, venute a conoscenza dell’accaduto, avevano a loro volta abbracciato la verginità.

Il coraggio di quei giovani bastò a suscitare in Agostino una forte vergogna per la propria viltà di fronte alle passioni carnali. Una grande lotta interiore si impadronì di lui, poiché la debolezza della sua volontà si scontrava con la ragione e si rifiutava di obbedirle, così come le sue membra.

«Si scatenò una grande tempesta che portò con sé un copioso torrente di lacrime», che si placò solo quando, ormai quasi disperato, egli si recò in giardino e aprì la Bibbia sul seguente passo dell’Apostolo: «Non in orge e ubriachezze, né in dissolutezza e libertinaggio, né in litigi e gelosie. Ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non cercate di soddisfare i desideri della carne» (Rm 13, 13-14). Le tenebre del dubbio si dissiparono in lui e la luce della certezza penetrò nel suo cuore.

Rompendo immediatamente con la carriera e il fidanzamento, contratto pochi anni prima per influenza di sua madre, Agostino si unì ai catecumeni e, nella Veglia pasquale del 387, iniziò una nuova vita attraverso le acque rigeneratrici del Battesimo, accompagnato dal fedele amico Alipio e dal figlio Adeodato.

Durante il periodo di preparazione, Agostino si ritirò con i suoi cari a Cassiciacum, dedicandosi allo studio e alla vita in comunità. Una volta diventato cristiano, decise di tornare in Africa per vivere in modo coerente con la fede che aveva abbracciato.

Fu nel porto di Ostia, in attesa della nave che li avrebbe condotti in patria, che Santa Monica, sentendo compiuta la propria missione nel vedere il figlio non solo cattolico, ma persino disposto a diventare religioso, affidò serenamente la propria anima a Dio.

Una vita di perfezione

Dagli scritti del Santo Dottore non è difficile intravedere la grandezza di un’anima che non conosceva né la mediocrità né le mezze verità. Così come, allontanatosi da Dio, era giunto agli estremi delle passioni e, di conseguenza, all’eresia, così, una volta abbracciata la grazia, avrebbe portato la propria vita all’estremo della perfezione, lasciando che essa plasmasse non solo il suo pensiero, ma anche il suo modo di vivere.

Il fascino per la vita monastica è descritto in una delle sue prime opere apologetiche, De moribus Ecclesiæ, composta subito dopo il Battesimo, nel periodo in cui soggiornò a Roma dopo i funerali di sua madre.

Rivolgendosi alla Chiesa cattolica, osserva: «È merito vostro questa moltitudine di uomini ospitali, caritatevoli, misericordiosi, saggi, casti e santi, ardenti d’amore per Dio a tal punto che, nella loro perfetta continenza e nel loro incredibile disprezzo del mondo, trovano gioia nella solitudine». E inveendo contro i suoi ex compagni di setta, contro i quali redige l’opera, esclama: «Abbracciate anche voi, o manichei, questi costumi e questa ammirevole purezza dei cristiani perfetti che considerano un sacro dovere non solo la lode della castità, ma anche la sua pratica. […] A chi di voi è nascosta questa moltitudine di cristiani, che cresce di giorno in giorno, diffusa in tutto il mondo, soprattutto in Oriente e in Egitto, e che conduce una vita di estrema continenza?» Nel descrivere le diverse attività dei religiosi, Agostino conclude dicendo: «Questi costumi, questa vita, questo ordine, queste istituzioni, anche se lo volessi e grande fosse la mia eloquenza, non sarei in grado di lodarli degnamente».

Questo diventa il suo ideale di vita. Giunto a Tagaste, trasforma la casa paterna in una comunità religiosa, alla quale si uniscono molti dei suoi discepoli.

«Vix monachus bonus…»

Agostino pensava di abbracciare per sempre la vita di ritiro. Tuttavia, la sua virtù e la sua saggezza attirarono l’attenzione di Valerio, vescovo di Ippona, e nonostante la sua riluttanza fu ordinato sacerdote nel 391 e vescovo coadiutore nel 395.

Grande perplessità: fino ad allora la vita monastica era sembrata incompatibile con l’attività pastorale. Il Santo, tuttavia, riuscì a «unificare strettamente la vita del chierico con quella del monaco», nella «simbiosi tra studio, contemplazione e apostolato», aggiungendo forse un ulteriore grado di perfezione a entrambe le forme di vita. «Tra tutte le forme dell’antico monachesimo, quella agostiniana è quella che sottolinea più esplicitamente l’unione della vita ascetica con il sacerdozio ministeriale e, per questo, il conseguente impegno nello studio continuo della scienza sacra. […] Il sacerdozio è qualcosa di così grande che solo un buon monaco – così pensava Sant’Agostino – può darci un buon ecclesiastico: vix monachus bonus facit bonum clericum».

A tal fine, organizzò un monastero-seminario dove i più preparati venivano scelti per il sacerdozio. In breve tempo, diverse diocesi d’Africa avevano alla loro guida ecclesiastici formati in quell’ambiente: «Dieci santi e venerabili uomini, casti e molto dotti […] furono inviati dal Beato Agostino, su richiesta di diverse chiese, alcune di grande importanza. E anche loro, seguendo l’ideale di quei santi, diffusero le chiese e fondarono monasteri […] non solo in ogni parte dell’Africa, ma anche oltre il mare».

Rigore nell’osservanza della Regola

Si prendeva cura di questi sacerdoti con tanta serietà che si rammaricò molto quando uno di loro, morendo, fece testamento di suoi beni. Addolorato nel vederlo trascurare in tal modo l’impegno di povertà evangelica assunto davanti a Dio, il Vescovo, allora settantunenne, riunì il proprio clero e, esponendo il caso, affermò che avrebbe modificato la propria decisione di ordinare solo chierici di vita comunitaria, per evitare che facessero un voto e poi non fossero in grado di rispettarlo.

Il cattivo esempio servì a ravvivare la loro dedizione e, nel sermone successivo, Agostino avrebbe esclamato con ancora maggiore veemenza: «Così come ho affermato che non avrei privato della condizione di chierico chi avesse voluto rimanere in disparte e vivere dei propri beni, così affermo ora che, poiché con l’aiuto di Dio è stato loro gradito vivere in comunità, a chi vive nell’ipocrisia e venga trovato in possesso di qualcosa di proprio, non gli permetterò di lasciarlo in eredità, ma lo cancellerò dall’elenco dei chierici. Ricorrete contro di me in cento concili, navigate contro di me dove volete, siate dove potete, il Signore mi aiuterà affinché egli non possa essere chierico laddove io sia vescovo».

Il vescovo di Ippona si impegnò inoltre nella fondazione di una comunità femminile, guidata dalla sua stessa sorella. Fu scrivendo loro nell’anno 423 che la loro regola giunse fino a noi, preceduta da sagge parole di ammonimento contro lo spirito di ribellione.

Nel definire i principi della vita monastica – quali la povertà, la preghiera, il digiuno, l’obbedienza e la castità –, nella regola si trova questo saggio consiglio che ha profondamente affascinato il fondatore degli Araldi, mons. João: «Quando uscite, camminate insieme; quando tornate, rimanete insieme. Nel vostro comportamento, nel vostro contegno, durante tutti i vostri spostamenti, nulla in voi offenda lo sguardo di nessuno, ma tutto sia conforme alla santità religiosa».

In tale osservanza della regola egli visse trentacinque anni come vescovo-abate, tenendo prediche, affrontando innumerevoli controversie e dispute contro gli eretici donatisti e pelagiani; partecipando a vari concili; scrivendo numerose opere, per un totale di novantasei titoli, che furono tutti da lui rivisti prima della sua morte.

I Vandali assediavano Ippona già da tre mesi quando il Santo Vescovo rese l’anima a Dio nell’anno 430. I barbari distrussero tutto ciò che restava dell’Africa romana, ma l’esempio di vita di Sant’Agostino, i suoi scritti e la sua regola hanno attraversato i secoli, conoscendo un renouveau nel XIV secolo e giungendo fino ai nostri giorni; essi indicano al clero e agli uomini di ogni tempo un ideale di perfezione, di dedizione, di santità, e mostrano la vera profondità della sua saggezza.

Di Suor Maria Teresa Ribeiro Matos

Articolo tratto dalla rivista «Arautos do Evangelho», agosto 2026.

 

 

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