Preti sposati: il vescovo di Anversa invoca lo stato di ‘necessità’
Monsignor Johan Bonny ha dichiarato che «la necessità mi costringe», il che ricorda lo «stato di necessità» invocato dai lefebvriani. Un’espressione pericolosa.

Mons. Bonny – Foto: Facebook
Redazione (19/09/2026 16:40, Gaudium Press) Il vescovo di Anversa, Johan Bonny, ha deciso di proseguire con la preparazione di uomini sposati che intende ordinare sacerdoti nel 2028, nonostante la Santa Sede non abbia ancora annunciato alcuna autorizzazione per tali ordinazioni. Il prelato giustifica l’iniziativa a causa della grave carenza di sacerdoti nelle Fiandre e afferma che «la necessità» lo costringe a cercare una soluzione straordinaria.
L’espressione colpisce perché evoca uno degli argomenti utilizzati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X per giustificare le consacrazioni episcopali effettuate da monsignor Marcel Lefebvre nel 1988 senza mandato pontificio; un atto che Roma ha ritenuto una rottura della comunione ecclesiale. Entrambi gli episodi non sono giuridicamente equivalenti, ma sollevano una questione simile e delicata: fino a che punto una situazione pastorale considerata eccezionale può consentire a un vescovo di oltrepassare i limiti della disciplina ordinaria della Chiesa?
La situazione descritta da Bonny non è immaginaria. Secondo i dati presentati dallo stesso vescovo, la diocesi di Anversa conta meno di 70 sacerdoti di età inferiore ai 70 anni, e circa due terzi di essi sono stranieri. Le cappellanie che un tempo garantivano una presenza sacerdotale specifica negli ospedali, nelle scuole, nei movimenti giovanili e nelle carceri sono scomparse o si sono drasticamente ridotte. È di fronte a questo scenario che Bonny dichiara: «La necessità mi costringe».
Una frase semplice ma esplosiva
La frase sembra semplice, ma racchiude una questione esplosiva per la vita della Chiesa: cosa succede quando un vescovo ritiene che le circostanze concrete della sua diocesi abbiano reso insufficienti i mezzi previsti dalla disciplina universale?
Bonny non si limita a mettere in discussione il celibato; sta cercando di costruire una soluzione concreta. Ha già selezionato dei candidati, avviato la loro formazione teologica e pastorale e stabilito criteri simili a quelli applicati ai candidati sposati al diaconato permanente. L’intenzione è quella di arrivare alle ordinazioni nel 2028.
Allo stesso tempo, il vescovo stesso riconosce che la decisione finale spetta a Roma. A giugno ha presentato le sue argomentazioni ai cardinali Lazarus You Heung-sik, prefetto del Dicastero per il Clero, e Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei Vescovi. Secondo quanto da lui riferito, entrambi avrebbero sottoposto la questione a Papa Leone XIV.
Si crea così una situazione particolare: il processo di preparazione è già iniziato, mentre la risposta pubblica dell’autorità competente non è ancora giunta.
È proprio su questo punto che la storia recente della Chiesa offre un precedente che non può essere ignorato senza ulteriori indugi.
Nel 1988, anche mons. Marcel Lefebvre invocò una situazione di necessità per giustificare una misura straordinaria. Per la FSSPX, la crisi della Chiesa e la necessità di garantire la continuità del proprio apostolato tradizionale rendevano indispensabile la consacrazione di nuovi vescovi, anche senza mandato pontificio. L’argomentazione, tuttavia, non convinse Roma.
San Giovanni Paolo II affermò che le consacrazioni episcopali effettuate senza mandato pontificio costituivano una grave disobbedienza e incidevano direttamente sull’unità della Chiesa e sul primato del Romano Pontefice. A partire da allora, l’episodio provocò una frattura che rimane una delle ferite più profonde del cattolicesimo contemporaneo.
È importante sottolineare: Bonny non sta facendo ciò che fece Lefebvre. Un vescovo che prepara candidati al sacerdozio non sta semplicemente ripetendo una consacrazione episcopale effettuata contro una determinazione pontificia. La natura giuridica degli atti è diversa.
Alla fine, chi decide?
Ma c’è una domanda comune a entrambi gli episodi: chi decide quando la necessità è sufficientemente grave da consentire una soluzione straordinaria?
È questa la questione che può far sì che il caso di Anversa vada oltre una semplice discussione sugli uomini sposati.
Perché, se la necessità pastorale può giustificare un’eccezione, occorre stabilire chi riconosce tale necessità e quali sono i suoi limiti. Altrimenti, ogni vescovo potrebbe giungere a una conclusione diversa su ciò che la situazione della propria diocesi «richiede».
Ed è qui che emerge una questione particolarmente delicata per il pontificato di Leone XIV.
Roma dovrà decidere non solo in merito ad alcuni candidati specifici. Dovrà decidere quale tipo di autorità intenda esercitare su esperienze pastorali che hanno inizio a livello locale e poi richiedono un riconoscimento universale.
Se la Santa Sede autorizzerà il progetto, si troverà di fronte a una decisione le cui conseguenze andranno ben oltre Anversa. Se non lo autorizzerà, dovrà spiegare perché la grave carenza di sacerdoti segnalata dal vescovo non costituisca un motivo sufficiente per un’eccezione.
Esiste inoltre una terza possibilità: Roma potrebbe ammettere la discussione, ma stabilire limiti molto precisi affinché un’eventuale esperienza non si trasformi automaticamente in una nuova norma universale.
Tutto ciò dimostra perché la parola «necessità» non possa essere trattata come una sorta di carta bianca.
La Chiesa conosce gli stati di necessità. Lo stesso Diritto Canonico prevede circostanze in cui una situazione straordinaria può influire sull’imputabilità di determinati atti. Ma ciò non significa che ogni necessità pastorale generi automaticamente una nuova competenza giuridica.
Questa distinzione è stata decisiva nel conflitto tra Roma e la FSSPX.
La FSSPX non si limitava ad affermare che monsignor Lefebvre preferisse agire in quel modo. La sua argomentazione era più profonda: la situazione eccezionale della Chiesa avrebbe creato una necessità in grado di giustificare un’azione che, in circostanze normali, dipenderebbe dall’autorizzazione pontificia.
Roma aveva respinto tale conclusione.
Il caso di Anversa colloca la discussione in un contesto completamente diverso. Questa volta, non è un vescovo in rottura con Roma a invocare la necessità. Si tratta di un vescovo diocesano pienamente integrato nella struttura della Chiesa, che dialoga con i membri della Curia e sottopone la propria proposta all’esame del Papa.
La questione non è più solo cosa succede quando qualcuno decide di agire al di fuori di Roma. Si tratta anche di cosa succede quando un vescovo inizia a preparare un cambiamento in attesa della decisione di Roma.
C’è una differenza tra consultare Roma e ricevere l’autorizzazione da Roma. C’è anche una differenza tra sperimentare una soluzione pastorale e creare, di fatto, una situazione sulla quale Roma dovrà pronunciarsi in un secondo momento.
È possibile che Bonny stia semplicemente cercando di preparare una risposta pastorale a una situazione che ritiene urgente. È anche possibile che il processo venga interrotto se la Santa Sede non è d’accordo. Nulla in questo episodio, finora, permette di affermare che vi sia un’intenzione di rottura.
Ma la frase rimane: «La necessità mi costringe».
Espressione pericolosa
Era un’espressione pericolosa nel 1988, perché permise a monsignor Lefebvre di presentare una decisione straordinaria come un’esigenza delle circostanze. Ora riappare, decenni dopo, sulla bocca di un vescovo in piena comunione con Roma, di fronte a una reale crisi pastorale.
La Chiesa dovrà dimostrare di saper distinguere tra una vera necessità e la conclusione che tale necessità conferisca automaticamente la facoltà di fare ciò che la legge riserva all’autorità superiore.
In fondo, la questione non è semplicemente se gli uomini sposati possano o meno diventare sacerdoti. Nelle Chiese cattoliche orientali, ad esempio, esiste da secoli una disciplina diversa. La questione è un’altra: chi ha l’autorità di stabilire un’eccezione all’interno della Chiesa latina e a quali condizioni?
Se Roma dice di sì, dovrà spiegare la natura e i limiti di tale eccezione. Se dice di no, dovrà fornire una risposta alla necessità concreta sollevata dal vescovo. E se si limitasse semplicemente a lasciare che il processo vada avanti senza una decisione chiara, potrebbe sorgere una situazione ancora più delicata: che la pratica locale inizi a creare un fatto compiuto prima che l’autorità universale abbia definito la questione.
È proprio su questo punto che il caso di Anversa diventa una prova per il pontificato di Leone XIV. La Chiesa può affrontare una vera crisi delle vocazioni senza trasformare ogni crisi in un’autorizzazione all’eccezionalità. Ma non può nemmeno rispondere alle esigenze concrete dei fedeli limitandosi a ripetere che la disciplina esiste.
Tra la rigidità di una norma applicata senza discernimento e l’autonomia pastorale trasformata in principio di governo, si pone una questione essenziale: l’autorità.
Nel 1988, l’espressione «stato di necessità» fu utilizzata per giustificare una decisione che Roma considerò incompatibile con l’esercizio del primato pontificio. Nel 2026, la stessa logica generale riappare, su una scala molto diversa, all’interno della struttura stessa della Chiesa.
Per questo, forse la domanda più importante non è se Anversa avrà sacerdoti sposati nel 2028.
La domanda è un’altra: di fronte a quale tipo di stato di necessità ci troviamo? E, soprattutto, chi ha l’autorità per affermare che esiste davvero?
Di Rafael Ribeiro





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