Leone XIV e l’apertura alle altre religioni: dialogo o dissoluzione?
«Non si tratta di fondare una grande religione mondiale in cui tutti i credo siano messi sullo stesso piano». L’obiettivo è un altro: costruire una società fraterna che sia in grado di accogliere le differenze.
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Papa Leone XIV firma la Nota «Un cammino di speranza» alla presenza dei Cardinali Prefetti dei Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso. Foto: Vatican News/Vatican Media
Redazione (21/09/2026 16:24, Gaudium Press) Per i sessant’anni dalla Nostra aetate, il Vaticano non si è limitato a commemorare la dichiarazione conciliare che ha trasformato i rapporti della Chiesa cattolica con le religioni non cristiane.
Ha deciso di riaffermarla e di proiettarla verso il futuro. Pubblicata il 16 settembre, la nota A Journey of Hope (Un cammino di speranza) è stata elaborata congiuntamente dai Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso. Il testo ha ricevuto l’approvazione di Leone XIV in occasione di un’udienza concessa ai responsabili dei tre organismi il 22 giugno, e la sua pubblicazione è stata espressamente disposta dal Papa.
La circostanza è significativa. Non si tratta di una riflessione proveniente esclusivamente dall’organismo vaticano incaricato del dialogo interreligioso. Il coinvolgimento del Dicastero per la Dottrina della Fede colloca deliberatamente la questione sul piano teologico. Il Vaticano sembra voler rispondere a una domanda che accompagna la Chiesa sin dal Concilio Vaticano II: come dialogare seriamente con le altre religioni senza trasformare il dialogo in una relativizzazione della pretesa cristiana di verità?
La risposta della nuova nota è ambiziosa. Il dialogo non appare come un semplice strumento diplomatico destinato a ridurre i conflitti tra comunità religiose. Viene presentato come parte integrante della stessa missione evangelizzatrice della Chiesa. Allo stesso tempo, il documento traccia un confine che merita attenzione: dialogare non significa porre tutte le religioni sullo stesso piano, abbandonare l’identità cattolica o sostituire l’annuncio di Cristo con la ricerca di un minimo comune denominatore religioso.
Dalla Shoah a un nuovo rapporto con le religioni
Per comprendere la portata del documento è necessario tornare alle origini della Nostra aetate. La nota ricorda che la dichiarazione nacque in un contesto segnato dall’esperienza devastante della Shoah e dalla necessità di ripensare profondamente il rapporto dei cristiani con il popolo ebraico. Il testo, che inizialmente si concentrava su tale questione, finì per essere ampliato durante il Concilio per trattare anche l’islam, l’induismo, il buddismo e le altre tradizioni religiose.
Il cambiamento prodotto è stato enorme. La Chiesa non ha abbandonato l’affermazione della unicità di Cristo, ma ha iniziato a cercare anche, nelle altre tradizioni, ciò che potesse essere riconosciuto come vero e santo. La Nostra aetate ha così stabilito un linguaggio che avrebbe segnato profondamente i decenni successivi, condannando la discriminazione religiosa e stimolando la conoscenza, il rispetto e la cooperazione tra i popoli.
Un cammino di speranza interpreta gli ultimi sessant’anni come lo sviluppo di questa intuizione conciliare. Paolo VI rese istituzionale il dialogo. Giovanni Paolo II riunì ad Assisi i rappresentanti delle religioni. Benedetto XVI cercò di collegarlo alla verità, alla ragione e al rifiuto della violenza. Francesco mise al centro la fratellanza umana, in particolare attraverso il Documento di Abu Dhabi e la Fratelli tutti.
Ora, Leone XIV raccoglie questa eredità e sembra disposto a mantenerla come una delle linee strutturali della presenza della Chiesa nel mondo contemporaneo.
Vi è, tuttavia, una differenza importante tra l’affermare che i cattolici debbano dialogare con le altre religioni e l’affermare che tale dialogo costituisca una dimensione dell’evangelizzazione. È proprio su questo punto che il nuovo documento avanza con maggiore forza.
Dialogare significa anche evangelizzare?
La nota riprende lo sviluppo dottrinale avvenuto soprattutto durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Richiama la Redemptoris missio del 1990 e il documento Dialogo e annuncio del 1991 per presentare due esigenze che considera inseparabili: l’annuncio di Cristo e il dialogo con coloro che professano altre religioni.
Il documento riconosce due tentazioni opposte. Ai cristiani che vorrebbero insistere esclusivamente sulla necessità di annunciare Cristo, ricorda che il dialogo fa parte integrante della missione evangelizzatrice della Chiesa. A coloro che, al contrario, tendono a relativizzare la propria identità religiosa, ricorda la fedeltà a Gesù Cristo, «la Via, la Verità e la Vita».
Questo passaggio fornisce, probabilmente, la chiave di lettura dell’intero documento.
La Chiesa non propone di scegliere tra missione e dialogo. Intende mantenere entrambi. Anzi, desidera che siano intesi come dimensioni complementari di un’unica missione. Secondo la nota stessa, il dialogo interreligioso non sostituisce l’annuncio esplicito di Cristo, ma lo «accompagna e lo arricchisce».
L’annuncio rimane al centro della missione cristiana, mentre il dialogo costituisce un modo di testimoniare che si realizza attraverso l’ascolto, il rispetto e il riconoscimento della libertà dell’altro.
Ciò significa che il Vaticano non sta proponendo una Chiesa che metta a tacere Cristo per rendere possibile l’incontro. Sta proponendo, almeno sul piano dottrinale, esattamente il contrario: solo chi è consapevole della propria identità può entrare veramente in dialogo.
La parola decisiva: identità
È qui che Un cammino di speranza stabilisce una garanzia particolarmente importante. Il dialogo, afferma il documento, deve essere libero da ambiguità, evitando «il relativismo e il sincretismo». Allo stesso tempo, deve esserci «la più piena affermazione possibile dell’identità» insieme al «più pieno impegno possibile nel dialogo».
La formulazione è importante perché respinge due soluzioni apparentemente facili.
La prima sarebbe la chiusura. Per preservare l’identità cristiana, sarebbe necessario ridurre al minimo l’incontro con le altre religioni. Il documento respinge questa posizione. La seconda soluzione sarebbe la diluizione. Per rendere possibile la convivenza, sarebbe necessario relativizzare le differenze dottrinali e concentrarsi solo sui valori condivisi. La nota respinge anche questa possibilità.
La sfida proposta è più ardua: massima identità e massimo dialogo.
Già Leone XIV aveva presentato questa logica in occasione del 60° anniversario della Nostra aetate. Il Papa affermava che il dialogo autentico non nasce dal compromesso, ma dalla convinzione. Secondo lui, i cristiani non percorrono questa via abbandonando la propria fede, ma rimanendo saldamente radicati in essa.
Si tratta di una distinzione essenziale. Se tutte le religioni fossero semplicemente espressioni equivalenti di una stessa realtà spirituale, il dialogo perderebbe gran parte del suo significato. Non ci sarebbero propriamente due convinzioni in dialogo, ma linguaggi diversi che descrivono una realtà considerata a priori identica. Il documento non accetta questa premessa.
Il punto centrale: non ci sarà una religione mondiale
Guardando al futuro, il Vaticano riconosce che i prossimi decenni saranno segnati da conflitti identitari, fondamentalismi, manipolazione politica della religione e da una crescente indifferenza nei confronti di qualsiasi esperienza spirituale.
In questo scenario, potrebbe sorgere la tentazione di immaginare una sorta di religione universale della fratellanza, costruita a partire da ciò che tutte le tradizioni hanno in comune.
Il documento chiude esplicitamente questa porta.
«Non si tratta di fondare una grande religione mondiale in cui tutte le credenze siano appianate», afferma la nota. Tale possibilità, aggiunge, deve essere esclusa proprio per rispetto di sé stessi e degli altri. L’obiettivo è un altro: costruire una società fraterna che sia in grado di accogliere le differenze.
La distinzione è fondamentale per comprendere la direzione voluta dal Vaticano. Fraternità non significa unità religiosa. Cooperazione non significa equivalenza dottrinale. La pace non richiede sincretismo.
La sfida, naturalmente, consisterà nel garantire che tale chiarezza teologica prevalga quando i principi saranno tradotti in gesti, incontri e iniziative pastorali.
Il punto più delicato del documento
Vi è, tuttavia, una formulazione che susciterà certamente un dibattito teologico. Nel trattare la dimensione spirituale dell’incontro, la nota afferma che il dialogo interreligioso può diventare occasione di maggiore fedeltà all’amore universale di Dio manifestato in Gesù Cristo, e aggiunge che esso può trasformare persone, comunità e persino strutture ecclesiali.
Segue poi un’affermazione ancora più forte: il dialogo interreligioso, lungi dall’essere una questione marginale, rappresenta un «luogo teologico» in cui lo Spirito Santo desidera essere ascoltato attraverso l’incontro con l’altro.
L’espressione merita attenzione. Un «luogo teologico» non è semplicemente un’opportunità diplomatica o sociologica; significa riconoscere che l’incontro può offrire alla Chiesa stessa un’occasione di discernimento e di approfondimento.
Ciò solleva, inevitabilmente, una domanda: cosa può ricevere esattamente la Chiesa da questo incontro?
La risposta va letta alla luce delle precisazioni che il documento stesso stabilisce. La nota non afferma che le religioni possiedano dottrine ugualmente vere né che la Rivelazione cristiana debba essere completata da altre tradizioni. Al contrario, mantiene esplicitamente la fedeltà a Cristo e respinge il relativismo e il sincretismo. Pertanto, interpretare il «luogo teologico» come una relativizzazione della Rivelazione cristiana equivarrebbe a leggere un passaggio isolatamente in contraddizione con altre affermazioni espresse nello stesso documento.
Ciononostante, si tratta di un linguaggio che richiederà precisione. Quanto più si approfondisce il concetto di dialogo, tanto maggiore diventa la necessità di spiegarne i limiti.
Benedetto XVI continua a essere presente
È particolarmente interessante che il nuovo documento non tracci una linea di continuità solo tra Francesco e Leone XIV. Benedetto XVI occupa uno spazio rilevante nell’argomentazione.
La nota ricorda che Benedetto XVI collegava pace, ragione e verità. Ripropone, inoltre, il suo monito secondo cui la violenza è incompatibile con la natura di Dio e sottolinea la sua preoccupazione di impedire che il dialogo si trasformasse in relativismo. La continuità rivendicata dal documento passa, così, attraverso Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco fino ad arrivare a Leone XIV.
Questa scelta appare intenzionale. Il Vaticano non presenta l’apertura interreligiosa come un’innovazione progressista che sostituirebbe gradualmente un’antica concezione missionaria. Preferisce, piuttosto, descriverla come uno sviluppo avvenuto all’interno della stessa missione evangelizzatrice.
Proprio per questo motivo, la Redemptoris missio assume un’importanza così grande nella nota.
Giovanni Paolo II è stato al tempo stesso il Papa di Assisi e colui che ha riaffermato con vigore il mandato missionario. La logica proposta dal nuovo documento consiste nell’affermare che non esiste una contraddizione intrinseca tra queste due dimensioni.
La prova sarà la realtà
Sulla carta, quindi, l’impostazione è relativamente chiara. Cristo continua ad essere «la Via, la Verità e la Vita». La missione continua a richiedere il suo annuncio.
Il dialogo fa parte integrante di questa missione. Il relativismo viene respinto. Il sincretismo viene respinto. Anche la creazione di una religione mondiale viene esplicitamente respinta. Allo stesso tempo, la Chiesa desidera approfondire la cooperazione con ebrei, musulmani, indù, buddisti e membri di altre tradizioni, soprattutto di fronte alla guerra, alla povertà, alla persecuzione religiosa e alla frammentazione delle società contemporanee.
Il problema decisivo emerge dopo la pubblicazione del documento.
La storia recente dimostra che esiste sempre una possibile distanza tra la precisione di un testo magisteriale e il modo in cui i suoi concetti giungono alle comunità, alle università, ai movimenti e alle iniziative pastorali. Un dialogo concepito teologicamente come incontro tra identità forti può trasformarsi, nella pratica, in una convivenza in cui parlare delle differenze sia considerato inopportuno. Il rispetto per l’altro può degenerare in esitazione nell’annunciare ciò che il cristiano ritiene vero. E la legittima ricerca di punti in comune può finire per ridurre la religione a un insieme di valori umanitari condivisi.
Esiste tuttavia anche il pericolo opposto. Il timore del relativismo può trasformarsi in un rifiuto dell’incontro. La difesa della verità può assumere un linguaggio incapace di riconoscere alcun bene al di fuori dei propri confini. E una Chiesa che ha ricevuto da Cristo il mandato di annunciare il Vangelo a tutte le nazioni non può adempiere a tale missione se non è nemmeno in grado di sedersi al tavolo con coloro che credono in modo diverso.
Forse è proprio in questa tensione che risiede la sfida di Leone XIV. Non scegliere tra identità e incontro, ma esigere entrambi; non sminuire Cristo per rendere possibile il dialogo, né utilizzare Cristo come giustificazione per renderlo impossibile.
A sessant’anni dalla Nostra aetate, la questione non è più semplicemente quella di sapere se i cattolici debbano dialogare con gli uomini di altre religioni. Ciò è ormai consolidato nel magistero contemporaneo. La domanda, ora, è molto più profonda: fino a che punto questo cammino può avanzare senza modificare la comprensione stessa che il cristianesimo ha della propria missione?
Un cammino di speranza risponde con una formula esigente: dialogo senza relativismo, fraternità senza sincretismo, apertura senza abbandono dell’identità e incontro senza rinuncia a Gesù Cristo. Si tratta di una sintesi teologicamente possibile, ma pastoralmente delicata. Il suo successo dipenderà meno dalla bellezza delle dichiarazioni internazionali e più dalla capacità della Chiesa di conservare, mentre si immerge profondamente nell’incontro con l’altro, la consapevolezza di chi essa stessa sia.
Ed è proprio su questo punto che rimane la domanda che accompagnerà i prossimi passi di questo pontificato. Dove stiamo andando? Dialogo o dissoluzione?
Di Rafael Ribeiro





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