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Il card. Burke sostiene il titolo di Maria Corredentrice in un convegno internazionale a Roma

Il cardinale Raymond Burke difende il titolo di Maria come Corredentrice e lancia un monito contro l’indebolimento della dottrina mariana.

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Redazione (09/10/2026 15:50, Gaudium Press) A Roma, il  7 ottobre, presso l’Istituto Patristico Augustinianum di Roma,il cardinale Raymond Leo Burke ha aperto il convegno internazionale di mariologia De Maria numquam satis (“Di Maria non si dice mai abbastanza”), con una difesa ferma e teologicamente fondata del titolo tradizionale di Maria come Corredentrice.

Il tema dell’intervento del cardinale era: «Nostra Signora di Guadalupe e il Regno di Cristo Re: la missione della Corredentrice e dei corredentori».

L’evento, della durata di due giorni, ha riunito esperti di grande rilievo, tra cui il teologo della Casa Pontificia, il sacerdote domenicano Wojciech Giertych, il mariologo Manfred Hauke e padre Joseph Hamilton, e ha affrontato il tema della presenza di Maria nel dogma e nella Chiesa sulla base di contributi teologici e storici. Il cardinale americano, noto per la sua devozione a Nostra Signora di Guadalupe (titolare del santuario da lui fondato a La Crosse, nel Wisconsin), ha preso le mosse dall’apparizione del Tepeyac, avvenuta nel 1531, per illustrare la partecipazione singolare di Maria all’opera redentrice di Cristo.

La tesi centrale: partecipazione unica e subordinata

Burke ha affermato con chiarezza: «La Santissima Vergine Maria, Madre di Dio, ha partecipato in modo del tutto unico al Mistero della Fede, al Mistero dell’Incarnazione redentrice, ed è giustamente chiamata Corredentrice». Egli ha collegato questo titolo alla dottrina biblica secondo cui tutti i cristiani sono chiamati a cooperare con Cristo. Nella misura in cui i fedeli uniscono i propri cuori al Cuore Immacolato di Maria e al Sacro Cuore di Gesù, partecipano alla missione salvifica del Signore e possono essere definiti, in senso proprio, corredentori.

Il cardinale ha operato un’attenta distinzione tra due dimensioni della Redenzione, seguendo la tradizione teologica (come formulata da mons. Arthur B. Calkins): la Redenzione oggettiva (in actu primo), ovvero l’acquisizione della salvezza universale mediante il sacrificio di Cristo, e la Redenzione soggettiva (in actu secundo), ovvero l’applicazione delle grazie a ciascuna persona. Maria partecipa in modo unico a entrambe; gli altri battezzati, solo alla seconda, unendo preghiere, sacrifici e sofferenze all’opera già pienamente compiuta da Cristo, possono partecipare all’applicazione delle grazie della Redenzione a persone e situazioni specifiche.

Burke ha spiegato che, nella lingua latina da cui deriva il termine «Corredentrice», il significato è sempre che la cooperazione o la collaborazione di Maria nella redenzione è secondaria, subordinata, dipendente da quella di Cristo – e, tuttavia, nonostante tutto –, qualcosa che Dio «ha voluto accettare liberamente […] come parte costitutiva, non necessaria, ma meravigliosamente benvenuta, di quell’unico e grande prezzo» pagato dal Suo Figlio per la redenzione del mondo».

Fondamento scritturale e tradizionale

Burke si è ampiamente basato sulla Scrittura. Ha citato la Terza Lettera di San Giovanni, che parla di «collaboratori della verità»; le parole di Gesù sul rinnegare se stessi, prendere ogni giorno la propria croce e seguirlo; e San Paolo, che si dichiara «collaboratore di Dio» e che completa «ciò che manca alle sofferenze di Cristo» a favore del Corpo che è la Chiesa (Col 1,24).

Il cardinale ha precisato, tuttavia, che nulla manca alle sofferenze di Cristo per la nostra salvezza. Ciò che deve raggiungere la maturità in noi è la vita di grazia, specialmente attraverso l’unione delle nostre sofferenze alla Passione e alla Morte del Signore. Il prefisso «co-» non significa uguaglianza, ma cooperazione secondaria, subordinata e totalmente dipendente da Cristo — significato che il termine latino Coredemptrix conserva da oltre cinquecento anni.

Il documento Mater Populi Fidelis

La Chiesa ha progressivamente approfondito tale comprensione. Diversi Papi hanno utilizzato questo titolo e, nei decenni passati, il Vaticano ha concesso un’indulgenza parziale alle preghiere che onoravano Maria come Corredentrice. Molti mariologi hanno chiesto la sua definizione dogmatica. Il Concilio Vaticano II ha insegnato con chiarezza la cooperazione attiva di Maria nella Redenzione (Lumen Gentium 56-58 e 60-62), ma ha evitato il termine per motivi ecumenici, temendo malintesi tra i non cattolici. Il titolo di «Mediatrice» compare al n. 62, con la precisazione che nulla toglie né aggiunge alla mediazione unica di Cristo.

Nel novembre del 2025, il Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), sotto la direzione del Cardinale Victor Manuel Fernández e con l’approvazione di Papa Leone XIV, ha pubblicato la nota Mater Populi Fidelis. Il documento ha stabilito che è «sempre inappropriato» utilizzare il titolo di «Corredentrice» per definire la cooperazione di Maria, con la motivazione che ciò potrebbe oscurare l’unica mediazione salvifica di Cristo e generare confusione. Ha tuttavia riconosciuto l’uso storico del termine da parte dei papi (tra cui San Giovanni Paolo II) e non lo ha qualificato come errato o illecito, ma come inopportuno.

Burke non ha citato direttamente il documento. Ha preferito illustrare la ricchezza del Magistero, compresa la teologia della corredentrice presente nel Concilio Vaticano II e nel pontificato di Giovanni Paolo II. Ha tuttavia ammonito: «Dobbiamo fare attenzione affinché l’esitazione derivante da malintesi sul termine “Corredentrice” non porti a un indebolimento dell’insegnamento sulla corredentorietà, che si applica in modo unico alla Santissima Vergine Maria e in modo comune a tutti i battezzati».

Il legame con la Chiesa come Corredentrice

Il cardinale ha citato il gesuita Jean Galot, il quale sottolineava il legame inscindibile: se Maria non potesse essere definita Corredentrice, nemmeno l’intera Chiesa potrebbe essere considerata Corredentrice. La condizione della Chiesa nella sua missione corredentrice è illuminata da quella di Maria, primo modello di ogni cooperazione alla Redenzione.

Infine, Burke ha presentato Nostra Signora di Guadalupe non solo come una devozione locale, ma come una manifestazione eloquente della regalità di Cristo e della partecipazione materna di Maria alla restaurazione dell’ordine creato. I martiri messicani, come il beato Miguel Pro e san José Sánchez del Río, gridando «¡Viva Cristo Rey! «Viva la Vergine di Guadalupe!», incarnano l’unione dei cuori alla Madre e al Figlio fino allo spargimento del sangue.

Un appello alla fedeltà dottrinale

L’intervento del cardinale Burke, a quasi un anno dalla nota del DDF e a pochi mesi dalle lodi pubbliche rivolte al documento da Papa Leone XIV, reintroduce nel dibattito la legittima e tradizionale concezione della corredenzione mariana. Senza negare l’unicità del Redentore né la perfezione del suo sacrificio, il cardinale ribadisce che Dio ha voluto la cooperazione subordinata di Maria e, per estensione, quella di tutti i battezzati. Abbandonare il titolo per timore di malintesi, avverte, può impoverire la comprensione di una dottrina più ampia: la partecipazione reale di Maria e di tutta la Chiesa alla missione salvifica di Cristo.

In tempi di tensioni teologiche, il convegno De Maria numquam satis e la voce di Burke ricordano che la verità sulla Madre di Dio, se ben compresa, non oscura il Figlio, ma lo glorifica. Come la stessa Nostra Signora di Guadalupe disse a San Juan Diego che egli era protetto all’ombra del suo manto e che Lei è la Madre dell’unico vero Dio, invitando i suoi figli a fare «tutto ciò che Egli vuole»

 

 

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