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La confessione non è psicoterapia, ma cammino interiore

La relazione di monsignor Nykiel ha sintetizzato gli interventi precedenti, nei quali è stata tracciata «una mappa completa — biblica, spirituale, psicologico-esistenziale e pastorale — del cammino di conversione».

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Mons. Nykiel – Foto: Vatican Media

Redazione (06/11/2026 10:22, Gaudium Press) Il reggente della Penitenzieria Apostolica, monsignor Krzysztof Józef Nykiel, ha messo in evidenza, in un seminario tenutosi in Vaticano,  come la confessione non deve essere confusa con la psicoterapia né ridotta a un senso di colpa paralizzante, poiché rappresenta un momento di rigenerazione interiore.

La Penitenzieria Apostolica ha organizzato il V Seminario sulla pratica della confessione sacramentale, intitolato «Celebrare il sacramento della Riconciliazione», presso il Palazzo della Cancelleria nei giorni 23 e 24 ottobre.

La relazione di monsignor Nykiel ha sintetizzato i contributi precedenti, nei quali è stata tracciata «una mappa completa — biblica, spirituale, psicologico-esistenziale e pastorale — del cammino di conversione».

Sottolineando che l’autentica contrizione non consiste nel crogiolarsi nei propri errori, ma nel riconoscerli alla luce dell’amore di Dio, il prelato ha affermato che il confessore «non è un giudice delle rovine», bensì un «servo della misericordia», poiché «la contrizione non è un prezzo da pagare, ma l’inizio della nuova creazione operata dallo Spirito Santo».

Il reggente del dicastero vaticano ha illustrato che «l’autentica contrizione non nasce dal disprezzo di sé né dalla mera constatazione del male commesso, ma dallo sguardo rivolto alla misericordia divina. L’essere umano, quindi, osa guardare al proprio peccato perché sa, prima di tutto, di essere amato e accolto».

È necessario osservare che il «senso di colpa», quando è «psicologico, statico e autoreferenziale», «opprime la persona nell’illusione di essere colpevole» e «conduce all’immobilismo o a confessioni frenetiche per mero sollievo emotivo».

Al contrario, ha spiegato monsignor Nykiel, «l’uomo osa guardare al proprio peccato perché sa, prima di tutto, di essere amato e accolto». E ha affermato che non si tratta di «un sentimento di colpa paralizzante», né di «un’analisi psicologica sterilmente chiusa in se stessa», bensì «dell’incontro liberatorio tra la verità della nostra fragilità e la sovrabbondanza della misericordia di Dio».

Partendo da questo principio, «la confessione non deve essere confusa con la psicoterapia» e il confessore non agisce come «un giudice delle rovine», ma come «servitore della ricostruzione che accompagna il penitente dal senso di colpa alla misericordia». Ha inoltre ricordato l’enciclica Dilexit nos, in cui Papa Francesco aveva chiarito il «legame indissolubile tra la contrizione interiore e la riparazione esteriore», poiché la riparazione «non è un mero dovere moralista», ma «il frutto di un cuore trafitto che sceglie di ricostruire sulle rovine causate dal peccato».

Il reggente della Penitenzieria Apostolica ha affermato che il seminario è «una scuola di preghiera e di riconciliazione» per tutti i partecipanti e che «porti frutti concreti» nella «vita spirituale». A tal fine, ha suggerito quattro indicazioni pratiche per partecipare al sacramento della riconciliazione.

In primo luogo, «partire dall’amore, non dal tribunale interiore». Ciò si ottiene mediante «un buon esame di coscienza (che) non deve partire da un freddo elenco di fallimenti né dall’autocritica, ma dalla contemplazione della misericordia di Dio e del Crocifisso». Inoltre, «solo quando riconosciamo quanto siamo amati, troviamo il coraggio di guardare alla gravità del nostro peccato senza giustificarci e senza cadere nella disperazione». In secondo luogo, «chiamare il peccato con il suo nome e superare l’autoreferenzialità», cosa che si ottiene «superando la trappola del senso di colpa, che ci fa dire “non valgo nulla”, per abbracciare la contrizione evangelica, che dice: “Ho ferito l’Amore, ma desidero tornare al Padre”». Segue poi «prolungare il sacramento nella riparazione», poiché «la confessione non si esaurisce nell’assoluzione finale: se la contrizione guarda a Dio, la riparazione guarda al fratello e alla comunità». L’ultima proposta di Monsignor Nykiel è stata quella di mantenere il cuore aperto alla Parola di Dio, che non giudica gli altri e si apre alla speranza.

Con informazioni da Zenit

 

 

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