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Avrebbe dovuto dimettersi dal dicastero prima di parlare di celibato facoltativo: risponde l’esperto teologo a mons. Scicluna

Mons. Cesare Bonivento risponde alle dichiarazioni del Segretario aggiunto per la Dottrina della Fede sul celibato dei sacerdoti.

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Mons. Scicluna – Foto: Arcidiocesi di Malta

Redazione (10/02/2024 15:08, Gaudium Press) Nel suo noto blog, Aldo Maria Valli riporta la risposta di Mons. Cesare Bonivento alle parole del Segretario aggiunto del Dicastero per la Dottrina della Fede, Mons. Scicluna, che in recenti dichiarazioni al Times of Malta ha affermato che la Chiesa dovrebbe “riflettere seriamente” sulla possibilità di consentire ai sacerdoti di sposarsi.

Mons. Bonivento è vescovo emerito di Vanimo in Papua Nuova Guinea, e ha dedicato ampi studi al tema del celibato ecclesiastico, l’ultimo dei quali è Celibato e continenza ecclesiali. Breve compendio storico-teologico, edito da Cantagalli, la cui versione Kindle è disponibile su Amazon.

Di seguito la traduzione della nota di Mons. Bonivento, nella versione Gaudium Press. I sottotitoli sono a cura dei redattori di GP:

“Lo scorso 8 gennaio la stampa internazionale ha dato ampio rilievo all’intervista rilasciata da Mons. Scicluna, Arcivescovo di Malta e Sottosegretario del Dicastero per la Dottrina della Fede, al Times di Malta. Nell’intervista, l’arcivescovo si è detto molto favorevole al celibato facoltativo o, più chiaramente, alla possibilità di permettere ai sacerdoti di sposarsi.

Monsignor Scicluna ha sostenuto che la Chiesa cattolica dovrebbe “riflettere seriamente” sulla possibilità di permettere ai sacerdoti di sposarsi. Inoltre, ha detto, il celibato “è stato facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa”. Pertanto, “dovrebbe tornare ad essere così”.

L’intervista, di grande impatto, ha suscitato reazioni ampiamente favorevoli. Ad esempio, il 23 gennaio la Gazzetta di Malta ha scritto: “Le dichiarazioni dell’arcivescovo Charles Scicluna sui sacerdoti e sul matrimonio hanno fatto il giro del mondo perché sono coraggiose, inequivocabili, esaurienti e provengono da un alto funzionario del Vaticano in un momento in cui la Chiesa sta seriamente considerando un cambiamento”.

Se si esclude il dibattito sulle benedizioni per gli omosessuali, l’intervista di Scicluna è stata la più grande notizia uscita dal Vaticano nel mese di gennaio, secondo il corrispondente vaticano del National Catholic Reporter, Christopher White.

Comunque, le dichiarazioni dell’arcivescovo hanno suscitato grande costernazione in molti laici ed ecclesiastici, sia per il ruolo di Scicluna che per la loro sostanziale inesattezza.

Sembra infatti impossibile che un prelato del suo rango abbia potuto rilasciare tali dichiarazioni.

Certamente monsignor Scicluna conosce sia la storia della Chiesa che la teologia, per cui mi è difficile attribuirgli la paternità di quanto è stato pubblicato. Tuttavia, in assenza di smentite, mi sento in dovere di rispondere, invitando al contempo Scicluna a rettificare le affermazioni qualora gli siano state impropriamente attribuite.

Obiezioni storiche

La prima obiezione che vorrei sollevare è di carattere storico. Egli afferma che il celibato “è stato facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe ritornare ad essere tale”, ma questo non è del tutto vero, perché sebbene la Chiesa cattolica abbia sempre permesso l’accesso agli Ordini sacri sia ai chierici sposati che a quelli celibi, ha comunque sempre richiesto, a tutti i chierici istituiti negli Ordini sacri, la perfetta astinenza da ogni attività sessuale dopo aver ricevuto gli Ordini sacri. Non esiste un solo documento del Magistero cattolico, sia della Chiesa d’Occidente che di quella d’Oriente, che permetta il matrimonio o l’uso del matrimonio dopo il ricevimento degli Ordini sacri.

Questa disciplina, che va sotto il nome di “legge del celibato”, ha sempre incluso l’obbligo della perfetta continenza per gli uomini sposati che ricevono gli Ordini sacri e l’obbligo del celibato perpetuo per i celibi che ricevono le stesse ordinazioni sacre. Va notato che la disciplina in questione risale alle origini del cristianesimo, derivando il suo insegnamento direttamente dagli Apostoli, dalla cura con cui essi scelsero i loro successori (come risulta dalle lettere pastorali) e dai primi documenti dei Padri della Chiesa e della Chiesa subapostolica.

La codificazione di questa disciplina è avvenuta progressivamente a partire dal Concilio di Elvira del 305, e poi con i Concilii di Arles del 314, di Amcyra del 314 e di Neocesarea del 315, fino al grande Concilio di Nicea del 325 che sancisce l’obbligo del celibato/continenza per tutti i vescovi, sacerdoti e diaconi della Chiesa cattolica.

Pertanto, affermare che nel primo millennio il celibato fosse facoltativo e che sia diventato obbligatorio solo nel secondo millennio è un’inaccettabile inesattezza da parte di un alto funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede.

Secondo quanto riportato dai giornali, monsignor Scicluna si è espresso decisamente a favore di un ritorno al primo millennio, quando, secondo lui, il celibato era facoltativo per tutti coloro che ricevevano gli Ordini sacri. Monsignor Scicluna, però, non si rende conto che dicendo questo non solo va contro la realtà della storia, ma ignora il mistero su cui si basa la disciplina del celibato ecclesiastico.

Difesa scritturale e magisteriale della continuità del celibato.

Infatti:

– È stato voluto da Cristo stesso con l’istituzione del collegio apostolico. In esso c’erano sia persone sposate come Pietro che celibi come Giovanni: tutti però erano stati invitati da Gesù a seguirlo, abbandonando tutto, anche le loro famiglie. Questo è ciò che fecero gli Apostoli (Mt 19, 27-29).

– è stato insegnato dagli Apostoli: San Pietro (Mt 19, 27-29) e San Paolo (1 Cor 7; 1 Tim 5, 9-10, Tt 1, 89, ); Lettera agli Ebrei (soprattutto 7, 23-28).

– è stata difeso dal Magistero per più di due millenni grazie ai suoi fondamenti biblici e patristici. Infatti, la sua origine apostolica è stata sottolineata innumerevoli volte dal Magistero: cfr. ad es. Siricio I, Innocenzo, Gregorio Magno, Concilio di Cartagine 390, can. 2;

– È stato legiferato per tutta la Chiesa cattolica dal can. 3 del Concilio di Nicea, ed è stato solennemente sancito dal canone 9 della 24ª sessione del Concilio di Trento, che impedisce in modo assoluto il matrimonio dei chierici istituiti negli ordini sacri. Questo canone è considerato da molti un dogma;

– È stato la causa iniziale della separazione tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. Infatti, solo nel 691 il Secondo Concilio Trulliano, cedendo a molte pressioni interne alle Chiese orientali, concesse l’uso del matrimonio ai chierici sposati quando non erano al servizio dell’altare. Questo avvenne nonostante la forte opposizione di Papa Sergio I. Va notato, tuttavia, che la disciplina relativa ai vescovi non fu minimamente modificata: è ancora oggi la stessa osservata sia dalla Chiesa cattolica che da quella ortodossa.

– è stato chiaramente riconfermato dal Vaticano II: Presbyterorum ordinis, 16 e dai Papi post-conciliari: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI;

– è stato illustrato dogmaticamente nella sua profonda connessione con l’unico ed eterno sacerdozio di Cristo, soprattutto da Paolo VI. In Sacerdotalis caelibatus, Paolo VI spiega mirabilmente la ragione teologica per cui la disciplina del celibato/continenza è essenziale al sacerdozio ministeriale. Egli dice: “Il sacerdozio cristiano, che è nuovo, può essere compreso solo alla luce della novità di Cristo, Sommo Pontefice ed eterno Sacerdote, che ha istituito il sacerdozio ministeriale come reale partecipazione al suo unico sacerdozio (15). Il ministro di Cristo e amministratore dei misteri di Dio (16) ha in sé anche il modello diretto e l’ideale supremo (17). Cristo, Figlio unigenito del Padre, in virtù della propria incarnazione, si costituisce Mediatore tra il Cielo e la terra, tra il Padre e il genere umano. In piena sintonia con questa missione, Cristo è rimasto in stato di verginità per tutta la vita, a significare la sua totale dedizione al servizio di Dio e degli uomini. Questa profonda connessione tra verginità e sacerdozio in Cristo si riflette in coloro che sono destinati a condividere la dignità e la missione dell’eterno Mediatore e Sacerdote, e questa partecipazione sarà tanto più perfetta quanto più il ministro sacro sarà libero dai limiti della carne e del sangue”.

Da tutto ciò dobbiamo concludere che la disciplina bimillenaria del celibato ecclesiastico non è solo una disciplina ecclesiale, ma una disciplina basata sul Mistero di Cristo.

La teologia non è sociologia

Ci chiediamo allora: a quale principio teologico-dogmatico si appella Monsignor Scicluna per proporre il cambiamento di questa disciplina bimillenaria, basata sulla volontà di Cristo e sull’insegnamento degli Apostoli? Purtroppo, dalle sue parole si può dedurre che l’unico principio a cui fa ricorso è quello sociologico: evitare gli scandali. Ma se questo criterio fosse veramente un criterio teologico, porterebbe presto all’eliminazione di gran parte dei dieci comandamenti e, in particolare, del sesto. La sociologia non è il modo in cui la teologia comprende il mistero di Cristo.

Una discussione così delicata può avvenire solo nel contesto della fede, non in un contesto secolarizzato. Solo alla luce della fede il celibato per il Regno può avere senso ed essere liberamente accolto. Al di fuori di una prospettiva di fede, apparirà solo come una norma incomprensibile o addirittura come una repressione senza senso.

Allora dobbiamo chiederci: qual è il ruolo di monsignor Scicluna come sottosegretario del Dicastero per la Dottrina della Fede? Non è forse suo compito ricordare a tutti i vescovi della Chiesa cattolica che la disciplina bimillenaria del celibato ecclesiastico si fonda sulla persona stessa di Gesù Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, unico Mediatore tra Dio e gli uomini? E se non lo ricorda lui, chi dovrebbe ricordarlo nel Dicastero per la Dottrina della Fede?

Non è stata certo una grande idea aver concesso un’intervista con tali contenuti e averlo fatto come sottosegretario del Dicastero. Le sue dichiarazioni non sono segno di trasparenza e coraggio, ma solo di una gravissima imprudenza. Basti pensare all’enorme danno che le sue parole hanno causato e stanno causando a sacerdoti e seminaristi incerti. Se monsignor Scicluna avesse voluto davvero far conoscere al grande pubblico i suoi dubbi sul celibato ecclesiastico, sarebbe stato molto più opportuno che prima si fosse dimesso dal suo prestigioso incarico e poi avesse parlato a titolo personale senza compromettere l’autorità del Dicastero.”

 

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