Il Vaticano apre le porte e FSSPX le chiude
Con un comunicato e una lettera, la Fraternità (FSSPX) ha risposto al dialogo proposto dal Vaticano, dichiarando che la Chiesa ha rotto con la Tradizione, che «desideriamo osservare fedelmente».

Redazione (21/02/2026 13:42, Gaudium Press) La Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), meglio conosciuta come lefebvriani – dal nome dell’arcivescovo Marcel Lefebvre – ha risposto mercoledì delle Ceneri alla proposta di dialogo presentata dalla Santa Sede il 12 febbraio.
La risposta, in pratica, equivale a un chiaro rifiuto.
Il Superiore Generale, P. Davide Pagliarani, ha comunicato al Cardinale Víctor Manuel Fernández, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, previste per il 1° luglio, procederanno come previsto.
Secondo lui, «la Fraternità non può abbandonare le anime», poiché «la necessità delle consacrazioni è concreta e a breve termine per la sopravvivenza della Tradizione».
Per capire cosa è successo, vale la pena ricapitolare la successione dei fatti.
L’invito di Roma
Il 12 febbraio, con l’approvazione di Papa Leone XIV, il cardinale Fernández ha ricevuto Pagliarani nel Palazzo del Sant’Uffizio. L’incontro è stato descritto ufficialmente dal Dicastero come «cordiale e sincero».
La Santa Sede ha proposto un “percorso di dialogo specificamente teologico, con una metodologia ben definita”, per affrontare i temi sollevati dalla FSSPX nelle lettere inviate tra il 2017 e il 2019 – questioni a cui non è mai stata data una risposta ritenuta soddisfacente. Tra i punti trattati figurano la volontà divina riguardo alla pluralità delle religioni e la natura dell’atto di fede, in particolare in relazione ai testi del Concilio Vaticano II.
Tuttavia, Roma era stata chiara e ferma: ordinare vescovi senza mandato papale il prossimo 1° luglio «comporterebbe una rottura decisiva della comunione ecclesiale (scisma), con gravi conseguenze per tutta la Fraternità». Pertanto, il dialogo sarebbe possibile solo se la FSSPX sospendesse la decisione delle ordinazioni episcopali.
L’incontro si concludeva con l’impegno di Pagliarani di presentare la proposta al suo Consiglio e di rispondere successivamente. La risposta è arrivata il 18 febbraio (Mercoledì delle Ceneri).
«Non possiamo raggiungere un accordo dottrinale»
La lettera di Pagliarani – firmata anche dai vescovi Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay, oltre che dagli altri membri del Consiglio Generale – è stata redatta a Menzingen, sede della FSSPX. Si tratta di un testo lungo che inizia con ringraziamenti formali e, passo dopo passo, costruisce l’argomentazione per giustificare il proseguimento delle ordinazioni per il 1° luglio.
Il punto centrale è rivelatore. Pagliarani riconosce esplicitamente la rottura dottrinale come qualcosa di insanabile. Egli scrive: «Condividendo quindi la stessa percezione che non possiamo giungere a un accordo comune sulla dottrina, mi sembra che l’unico punto su cui possiamo coincidere sia quello della carità verso le anime e verso la Chiesa».
Questa frase riassume tutto. Invece di accettare il dialogo proposto da Roma (presentato come una via per evitare lo scisma), Pagliarani lo dichiara inutile in materia dottrinale e suggerisce di sostituirlo con un gesto unilaterale di tolleranza pastorale: che Roma permetta semplicemente alla FSSPX di continuare «a fare questo stesso bene a favore delle anime alle quali amministra i santi sacramenti».
La logica è la seguente: poiché il disaccordo dottrinale è irrisolvibile e la Fraternità assiste pastoralmente migliaia di fedeli con i sacramenti, Roma dovrebbe applicare lo stesso criterio di «misericordia», «ascolto» e «flessibilità pastorale» che – secondo Pagliarani – gli ultimi pontificati hanno usato in casi complessi. In altre parole, la FSSPX chiede di essere trattata come una realtà irregolare tollerata, non come un interlocutore che negozia la sua piena comunione.
Un dialogo “accolto favorevolmente”, ma rifiutato nella pratica
Nella lettera c’è un punto particolarmente scomodo per Roma, sottolineato da vaticanisti come Andrea Gagliarducci: padre Davide Pagliarani ricorda di essere stato lui stesso a proporre, nel gennaio 2019, all’allora Dicastero l’apertura di un dialogo dottrinale. In quell’occasione, la risposta fu che un accordo dottrinale tra la Santa Sede e la FSSPX era “impossibile” e l’iniziativa fu sepolta. Ora, sette anni dopo, Roma riprende esattamente la stessa proposta. Pagliarani la accetta in linea di principio – «non posso che accogliere favorevolmente questa apertura» – ma la rifiuta nella pratica, sostenendo che le condizioni non sono adeguate: il dialogo è accompagnato da una minaccia pubblica di scisma, il che, a suo avviso, lo rende incompatibile con «un vero desiderio di scambi fraterni».
Il ragionamento ha una certa coerenza interna, ma comporta anche una grave contraddizione: se il disaccordo dottrinale è insuperabile, come afferma la FSSPX, allora anche il dialogo proposto nel 2019 non avrebbe portato a nulla. La Fraternità non può criticare Roma per aver rifiutato la proposta del 2019 e, allo stesso tempo, negare qualsiasi utilità alla proposta simile del 2026. Ciò che è evidente è che, per la FSSPX, il dialogo dottrinale è auspicabile quando non comporta conseguenze pratiche immediate, ma diventa inaccettabile quando richiede la sospensione delle consacrazioni.
Lo scisma del 1988 come modello
Per comprendere la gravità del momento attuale, è essenziale ricordare il precedente storico. Nel 1988, l’arcivescovo Marcel Lefebvre consacrò quattro vescovi senza mandato pontificio, atto che portò alla scomunica dei consacrati e dello stesso consacrante, dichiarata da San Giovanni Paolo II. Nel 2009, la Congregazione per i Vescovi, su decisione di Benedetto XVI, pubblicò un decreto che revocava la scomunica di quei quattro vescovi. Il Papa spiegò allora che il gesto mirava a rimuovere un serio ostacolo al dialogo e ad aprire una vera via di riconciliazione.
Quel gesto di magnanimità, tuttavia, non fu seguito dalla regolarizzazione canonica della FSSPX. Ora la storia rischia di ripetersi.
Se le nuove consacrazioni episcopali annunciate dalla FSSPX avranno luogo senza mandato pontificio, la situazione tornerà di fatto al punto in cui era nel 1988.
Sia la Fraternità che Roma ne sono consapevoli. Nella sintesi della riunione del 12 febbraio, il Vaticano ha usato esplicitamente la parola “scisma”. Ciononostante, nella recente lettera, padre Davide Pagliarani afferma: «La necessità delle consacrazioni è una necessità concreta a breve termine per la sopravvivenza della Tradizione, al servizio della santa Chiesa cattolica». L’urgenza addotta è quella di garantire la successione episcopale, dato che la FSSPX conta attualmente solo due vescovi – Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay – entrambi già in età avanzata.
La “carità” come giustificazione della disobbedienza
In fondo, i lefebvristi stanno dicendo no alla proposta della Santa Sede: ordineranno nuovi vescovi e chiedono “carità” in cambio. Questa sequenza non è casuale. La FSSPX invoca la “carità verso le anime” per legittimare un atto che il diritto canonico classifica come scisma. Il ragionamento è che la fedeltà pastorale concreta – amministrare i sacramenti ai fedeli della Tradizione – prevale sull’obbedienza al Romano Pontefice per quanto riguarda le consacrazioni episcopali.
Questa logica non è una novità nella storia della Fraternità. Lo stesso Mons. Marcel Lefebvre aveva già affermato di «aver fatto tutto il possibile per evitare la consacrazione, anche recandosi ripetutamente a Roma», ma senza ottenere alcun risultato, il che lo portò alla drammatica decisione del 1988.
Pagliarani ripete esattamente lo stesso argomento: abbiamo scritto al Papa, abbiamo chiesto udienza, abbiamo aspettato anni. Di fronte al silenzio, abbiamo agito. È la sceneggiatura del 1988 riscritta nel 2026.
Posizioni chiare da entrambe le parti
Ciò che questo episodio mette in evidenza è che entrambe le parti sono state trasparenti riguardo alle loro intenzioni, ma con risultati opposti.
Roma ha aperto una porta reale: un dialogo teologico serio, con una metodologia definita, per affrontare i punti dottrinali che la FSSPX solleva da decenni. La condizione era ragionevole – sospendere temporaneamente le consacrazioni – e il tono del comunicato vaticano era intenzionalmente fraterno. La Santa Sede cercava «condizioni minime per una piena comunione», senza esigere immediatamente la totale accettazione del Concilio Vaticano II, lasciando margine per «una maggiore precisione» su temi che «non hanno ancora ricevuto un chiarimento sufficiente».
La FSSPX ha risposto chiudendo questa porta: l’accordo dottrinale è impossibile, il dialogo proposto non serve, le consacrazioni vanno avanti. Per attenuare il rifiuto, fanno appello alla «carità». È una parola bella e vera in sé, ma qui usata per eludere la questione centrale: non c’è carità autentica senza comunione con il successore di Pietro.
Lo stesso diritto canonico – che la Fraternità cita selettivamente per criticare il post-concilio – stabilisce nel canone 331: il Romano Pontefice ha sulla Chiesa un potere pieno, supremo, universale, immediato e ordinario, che include, in modo speciale, la consacrazione dei vescovi.
Mentre il Vaticano apre le porte, la FSSPX le chiude. Il 1° luglio si avvicina e con esso la possibilità di un nuovo scisma – che, questa volta, a quanto pare, nessun gesto di benevolenza da parte di Roma avrà cercato di impedire.
I testi del comunicato e della lettera della FSSPX sono disponibili a questi link.




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