Udienza del Papa: tornare al Vaticano II senza interferenze ideologiche
Le parole del Pontefice possono essere interpretate come un ritorno alla “ermeneutica della continuità”? È la fine del cosiddetto “spirito del concilio”?

Foto: Screenshot Vatican Media
Redazione (07/01/2026 16:36, Gaudium Press) Papa Leone XIV ha annunciato questa mattina durante l’udienza generale l’inizio di un nuovo ciclo di catechesi incentrato sul Concilio Vaticano II e sulla rilettura dei suoi testi fondamentali.
A sessant’anni dalla sua conclusione, il Pontefice ha sottolineato l’attualità e la forza profetica di quell’evento, che continua a orientare il cammino della Chiesa in un mondo segnato da profondi cambiamenti sociali e culturali. Il Papa ha esortato a comprendere il Concilio non attraverso interpretazioni parziali, ma attraverso la lettura diretta dei suoi Documenti, che costituiscono il Magistero che «ancora oggi è la stella polare del cammino della Chiesa».
Dopo l’Anno Giubilare in cui la catechesi è stata dedicata ai misteri della vita di Gesù, il Successore di Pietro ha spiegato che tale approfondimento costituirà un’occasione privilegiata per riscoprire «la bellezza e l’importanza» di un evento che San Giovanni Paolo II definì «la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel XX secolo».
Il Papa ha ricordato che, insieme all’anniversario del Concilio di Nicea, nel 2025 si sono commemorati i sessant’anni del Vaticano II, e ha messo in guardia dal rischio di conoscerlo solo attraverso riferimenti indiretti o interpretazioni ideologiche.
La generazione del Concilio non è più tra noi
Il Pontefice ha sottolineato che, sebbene il tempo trascorso dal Concilio non sia poi così lungo, la generazione di vescovi, teologi e fedeli che lo ha vissuto non c’è più.
Pertanto, mentre la Chiesa sente «la chiamata a non spegnere la profezia e a continuare a cercare modi e forme per attuare le intuizioni», è fondamentale riavvicinarsi ad esso, non attraverso voci o interpretazioni che ne sono state date, ma rileggendo i suoi documenti e riflettendo sul loro contenuto.
Citando Benedetto XVI, Leone XIV ha sottolineato che «i documenti conciliari non hanno perso la loro attualità con il passare degli anni; al contrario, i loro insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti di fronte alle nuove esigenze della Chiesa e dell’attuale società globalizzata». Questa affermazione del Pontefice assume particolare rilevanza nel contesto attuale, in cui le sfide della globalizzazione e i cambiamenti culturali richiedono risposte radicate nella tradizione ma aperte al dialogo.
L’alba di un giorno luminoso per tutta la Chiesa
Evocando l’apertura del Concilio, l’11 ottobre 1962, il Papa ha ricordato le parole di San Giovanni XXIII, che lo descrisse come «l’alba di un giorno luminoso per tutta la Chiesa».
Il lavoro dei numerosi Padri convocati, provenienti dalle Chiese di tutti i continenti, aprì la strada a una nuova era ecclesiale dopo una profonda riflessione biblica, teologica e liturgica che aveva attraversato il XX secolo. A partire da questa riflessione approfondita, il Vaticano II riscoprì il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama ad essere suoi figli.
Inoltre, il Concilio presentò la Chiesa alla luce di Cristo, luce delle genti, come mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo. Il Concilio avviò anche un’importante riforma liturgica, ponendo al centro il mistero della salvezza e la partecipazione attiva e consapevole di tutto il Popolo di Dio.
Leone XIV ha ricordato una nota affermazione di San Paolo VI: grazie al Concilio Vaticano II, «la Chiesa diventa parola; la Chiesa diventa messaggio; la Chiesa diventa colloquio». Da qui nasce l’impegno a cercare l’unione dei cristiani, il dialogo interreligioso e l’incontro con tutte le persone di buona volontà, impegnandosi a cercare la verità attraverso queste vie di dialogo.
Alla fine, la chiamata è alla santità
Il Papa ha insistito sul fatto che questo spirito, questo atteggiamento interiore, deve caratterizzare la vita spirituale e l’azione pastorale della Chiesa attuale. Di fronte alle sfide contemporanee, c’è ancora molta strada da fare nella riforma ecclesiale, specialmente in chiave ministeriale. La Chiesa è chiamata a continuare ad essere attenta interprete dei segni dei tempi, gioiosa annunciatrice del Vangelo e coraggiosa testimone di giustizia e pace.
Per illustrare questa prospettiva, il Pontefice ha citato l’arcivescovo Albino Luciani, che diventò papa Giovanni Paolo I, che come vescovo di Vittorio Veneto scrisse all’inizio del Concilio: «Esiste come sempre la necessità di realizzare non tanto organismi o metodi o strutture, quanto una santità più profonda ed estesa. Può darsi che i frutti eccellenti e abbondanti di un Concilio si vedano dopo secoli e maturino superando faticosamente contrasti e situazioni avverse».
Questa riflessione sottolineava come i frutti più significativi di un Concilio non dipendono solo da strutture o metodi, ma da una santità più profonda e diffusa, i cui effetti possono maturare anche dopo decenni o secoli.
Ridare il primato a Dio e all’amore per l’umanità
Riscoprire il Concilio, ha affermato Leone XIV citando poi Papa Francesco, aiuta a «ridare il primato a Dio, all’essenziale, a una Chiesa folle d’amore per il suo Signore e per tutti gli uomini che Egli ama». Questa prospettiva pone al centro non solo la dimensione istituzionale, ma soprattutto la dimensione spirituale e caritativa della vita ecclesiale.
Il Papa ha aggiunto che avvicinandosi ai Documenti del Concilio Vaticano II e riscoprendo la loro profezia e attualità, la Chiesa accoglie la ricca tradizione della sua vita e, allo stesso tempo, si interroga sulla realtà presente. In questo modo, rinnova la gioia di correre incontro al mondo per portare il Vangelo del regno di Dio, regno di amore, giustizia e pace.
Concludendo, il Pontefice ha ripreso le parole che san Paolo VI rivolse ai Padri conciliari al termine dei lavori nel 1965, quando parlò del momento di partire e di andare incontro all’umanità per portarle la buona novella del Vangelo. Paolo VI affermò allora che era giunto il momento di partire, di lasciare l’assemblea conciliare per andare incontro all’umanità, nella consapevolezza di aver vissuto un tempo di grazia in cui si condensavano passato, presente e futuro.
«Il passato, perché qui è riunita la Chiesa di Cristo, con la sua tradizione, la sua storia, i suoi concili, i suoi dottori, i suoi santi. Il presente, perché ci separiamo per andare nel mondo di oggi, con le sue miserie, i suoi dolori, i suoi peccati, ma anche con i suoi prodigiosi successi, i suoi valori, le sue virtù… Il futuro è lì, infine, nell’imperioso richiamo dei popoli a una maggiore giustizia, nella loro volontà di pace, nella loro sete, consapevole o inconsapevole, di una vita più elevata: quella che proprio la Chiesa di Cristo può e vuole dare loro», affermò San Paolo VI.
«È così anche per noi», ha sottolineato Leone XIV, che ha invitato ad accogliere l’eredità del Vaticano II e a rinnovare la gioia di portare il Regno di Dio nel mondo. Questa esortazione finale evidenzia che il Concilio non è un evento del passato, ma una profezia viva che orienta il cammino della Chiesa nella sua missione evangelizzatrice e nel suo impegno per la giustizia e la pace.
Con informazioni da Infocatólica




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