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Rotto il ponte tra il Papa e il partito israeliano al potere?

La stampa di ieri riferisce del dialogo tenutosi qualche giorno fa tra il presidente israeliano Isaac Herzog e il Papa, in cui quest’ultimo ha definito l’operazione a Gaza come un’operazione terroristica.

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Foto: Blake Campbell su Unplash

Redazione (02/12/2023 14:49, Gaudium Press) Quando si vede emergere il geyser, si vede lo zampillo schiumoso che fuoriesce, ma, in realtà, già si stava muovendo nel sottosuolo.

I media di ieri riportano il dialogo, di qualche giorno fa, tra il presidente israeliano Isaac Herzog e il Papa, rivelato ora da un funzionario israeliano che ha chiesto al Washington Post l’anonimato.

Nella conversazione, Francesco aveva detto al presidente Herzog che “non si può rispondere al terrore con il terrore”, cosa che il Pontefice aveva poi sostanzialmente ribadito al termine dell’udienza generale di mercoledì 22 novembre, dicendo che “le guerre fanno questo, ma qui siamo andati oltre le guerre: questa non è guerra, questo è terrorismo. Per favore, andiamo avanti per la pace, preghiamo per la pace”. Lo stesso giorno, e secondo alcuni palestinesi che erano con il Papa quel mercoledì, Francesco avrebbe detto loro che “il terrorismo non può essere combattuto con il terrorismo”.

In altre parole – e in una posizione un po’ diversa da quella espressa dal cardinale segretario di Stato Parolin – Francesco tende ad assimilare, a grandi linee, l’operazione militare israeliana a Gaza a un’operazione con connotati terroristici.

Il funzionario israeliano contattato dal Washington Post afferma che quando Herzog ha sentito questo tipo di equiparazione da parte del Papa, ha protestato e gli ha detto che il governo israeliano stava facendo solo ciò che era necessario a Gaza, per proteggere il suo popolo.

Ma nella mente dei funzionari israeliani era chiaro ciò che era stato detto: Francesco stava definendo la loro campagna a Gaza un atto di terrorismo: “Come potrebbe essere interpretato altrimenti?”, ha detto al Post l’alto funzionario israeliano.

La conversazione tra Herzog e Francesco, estremamente importante nel contesto degli eventi mondiali, è stata nel frattempo tenuta sotto silenzio sia dal governo israeliano che dal Vaticano.

Il malcontento degli ebrei per la posizione del Papa è emerso dopo l’udienza generale di mercoledì 22, quando vari gruppi, a partire dal Consiglio Rabbinico Italiano, hanno chiesto “a cosa sono serviti decenni di dialogo?” tra ebrei e cattolici.

“Il Papa ha accusato pubblicamente entrambe le parti di terrorismo. Queste prese di posizione ai massimi livelli seguono dichiarazioni problematiche di illustri rappresentanti della Chiesa in cui non c’è traccia di condanna dell’aggressione di Hamas o, in nome di una presunta imparzialità, mettono sullo stesso piano l’aggressore e l’aggredito”, si legge nella nota dei rabbini italiani. Qualcosa di simile era stato detto all’epoca dall’American Jewish Committee e dal famoso Simon Wiesenthal Center.

Ma ora vediamo come queste espressioni delle associazioni ebraiche erano già state determinate da un dialogo fallito ai massimi livelli tra il capo di Stato di Israele e il più alto esponente della Chiesa.

Questo ostacola un eventuale ruolo di mediazione del Vaticano nel conflitto di Gaza? Sembrerebbe di sì.

Tuttavia, a seguito, ad esempio, delle difficoltà con l’episcopato ucraino e con la popolazione dopo che Francesco aveva fatto dei riconoscimenti a Caterina II di Russia e a Pietro il Grande durante un incontro con i giovani a San Pietroburgo, i chiarimenti del Papa e la visita dei vescovi ucraini a Roma, tra le altre cose, sembrano aver riconfigurato il Vaticano come una potenza moderatrice dotata di un buon potere pacificatore.

Ma la posizione del Papa sull’operazione militare a Gaza appare ben definita e solidificata, come ha ripetuto nel tempo, e finché sarà mantenuta provocherà il rifiuto da parte degli ebrei nella loro totalità, in quanto essi la considerano un semplice esercizio del diritto all’autodifesa.

Con la ripresa dell’azione dopo la tregua degli ostaggi, è probabile che con il passare dei giorni Israele venga sempre più percepito non come vittima ma come carnefice. Un carnefice con l’aria di un “terrorista”, se si considerano espressioni come quelle papali.

Forse è questo quadro che aiuterà a comprendere espressioni di grande importanza storica come quella dei rabbini italiani, che insinuano che il dialogo ebraico-cristiano potrebbe essere saltato per aria. (Gaudium Press / Saúl Castiblanco)

 

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