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Italia: con l’uso dei social e dell’IA, crollano le capacità degli studenti

I risultati dell’INVALSI 2026, che riportano la valutazione annuale del sistema educativo italiano, coincidono con gli ultimi risultati delle prove PISA.

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Foto: Getty Images/ Unsplash

Redazione (14/10/2026 18:37, Gaudium Press)  Non è solo la prova PISA (Programme for International Student Assessment), studio standardizzato a livello globale che misura le competenze e le conoscenze degli studenti quindicenni, ad aver fatto scattare l’allarme: i risultati dell’ultima edizione, pubblicati lo scorso settembre, hanno evidenziato le medie più basse dall’avvio di questo sistema di valutazione nel 2026, in particolare il calo più marcato nella comprensione della lettura e un crollo progressivo in matematica.

Ora il rapporto INVALSI 2026, che riporta la valutazione annuale del sistema scolastico italiano, evidenzia che al terzo anno delle scuole medie solo il 57% degli alunni raggiunge un livello adeguato in italiano, nove punti in meno rispetto al 2018. In matematica, il 55% supera la soglia di sufficienza, sei punti in meno rispetto all’inizio della serie. E c’è forse qualcosa di ancora più grave. I risultati di quest’anno non sono atipici, ma dal 2018 nessuna regione dello Stivale ha registrato miglioramenti.

Quali sono le cause?

Su La Nuova Bussola Quotidiana, Daniele Ciacci analizza la situazione.

La colpa è degli immigrati?

È la spiegazione più ricorrente, e ha un certo peso: gli studenti stranieri di prima generazione registrano in italiano un divario di quasi 23 punti, equivalente a circa due anni di scuola. Ma i dati regionali smentiscono che questa sia la causa principale. La Lombardia, la regione che accoglie il maggior numero di studenti stranieri (circa 237.000), supera la media nazionale con il 61% di studenti che raggiungono il livello di sufficienza. Il calo interessa tutti i territori, da -17 punti a Bolzano a -2 in Basilicata.

Due cali, due date e la ricomparsa dell’IA «onnisciente»

Il crollo si è accentuato tra il 2019 e il 2021, quando la pandemia ha costretto i giovani davanti agli schermi, e nuovamente dopo il 2023. Quell’anno ChatGPT è tornato disponibile in Italia, dopo un precedente blocco da parte dell’autorità italiana che vigila sulla privacy dei dati personali, il Garante, il quale aveva stabilito che ChatGPT raccogliesse dati personali senza una chiara base giuridica e senza verificare l’età degli utenti. Ma già nell’aprile del 2023, ChatGPT era nuovamente online e, con esso, una scorciatoia per rendere i compiti scolastici meno faticosi. È vero, la coincidenza delle date (calo del rendimento in concomitanza con la facilità d’uso dell’IA) non equivale a una causalità dimostrata, avverte Ciacci, ma non sembra nemmeno frutto del caso.

Il fatto è che i risultati continuano ad assomigliare a quelli dei test PISA.

In quest’ultimo caso, i «lettori frettolosi», che rispondono in fretta e in modo errato, sono passati dal 6,6% all’11,4% tra il 2018 e il 2025. Ed è proprio l’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, organizzatrice dei test PISA, a collegare tale calo alla digitalizzazione: più ore davanti allo schermo, meno lettura per diletto.

E il futuro lavorativo non promette miglioramenti. L’articolo cita un documento di un altro gigante dell’IA, Anthropic, che presenta tre scenari economici per il 2030. Il più estremo prevede una crescita del PIL del 32,4%, ma anche salari in calo (di oltre il 10%) e un tasso di disoccupazione superiore a quello registrato in periodi di recessione. I più colpiti sarebbero i profili tecnici di alto livello, come programmatori e data scientist.

Le conclusioni tratte da Ciacci sono, in parte, evidenti.
Pensare richiede impegno e per questo non esistono scorciatoie. Una generazione che non si esercita a mettersi in discussione corre il rischio di perdere il senso critico, e la manipolazione prospera laddove regna la comodità.

Riscoprire il gusto dell’impegno

L’apprendimento, oltre a richiedere sforzo, richiede tempo. Per imparare, occorre riflettere con impegno per un periodo di tempo piuttosto lungo. Ma se il mondo del lavoro si sta abituando ai ritmi fulminei dell’IA, si crea così un ponte spezzato, che chissà come potrà essere ricomposto: l’IA sta accelerando ogni cosa e offre risultati rapidi. Tuttavia, per disporre di personale qualificato in qualsiasi settore, sono necessarie pazienza e impegno.

Ciacci afferma che i millennial stanno constatando come la realtà permeata dall’IA stia infrangendo alcuni dei dogmi che erano stati loro proposti e che avevano interiorizzato: era stato loro detto – o almeno suggerito – che le professioni scientifiche sarebbero diventate sempre più allettanti e che lavorare sodo avrebbe permesso loro di guadagnare più dei propri genitori. Il secondo dogma è già crollato; il primo potrebbe seguirne l’esempio molto presto.

In ogni caso, Ciacci ritiene che sia necessario intraprendere una crociata per riscoprire la fatica, lo sforzo, la tenacia, la perseveranza, il che implica, più che misure puntuali, un cambiamento di modello culturale:

Le misure in discussione — come limitare l’uso dei dispositivi in classe o vietare l’IA nelle scuole — sono legittime, ma non vanno oltre l’essere rimedi palliativi. Nel momento in cui iniziamo — in quanto società relativista e incapace di valutare la realtà — a considerare lo sforzo non come un’opportunità umana per lasciare un segno nel mondo, bensì come una forma di pseudo-schiavitù, condanniamo la generazione successiva a preferire le comodità offerte dall’intelligenza artificiale. Un antidoto contro questo male potrebbe consistere nel guidare gli studenti alla scoperta della soddisfazione derivante da un risultato raggiunto grazie al duro lavoro: uno sforzo che arricchisce anziché offendere.

Valorizzare lo sforzo. Un compito non facile in culture che da quasi secoli idolatrano il piacere facile. Ebbene, la verità va detta.

 

 

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