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La Congregazione per la Dottrina della Fede afferma che il Battesimo non è valido se vi sono formule modificate

“Noi ti battezziamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” è una delle formule che viene utilizzata nel Battesimo.

Rita Sberna (08.08.2020 09:47, Gaudium Press) Non è valido il Battesimo che viene celebrato utilizzando delle formule arbitrariamente modificate diverse da quelle stabilite dalla Chiesa, per cui chi viene battezzato mediante formule inesatte, deve necessariamente ripetere la celebrazione del sacramento perché risulterebbe non valido.

La Congregazione per la Dottrina della Fede, ha risposto a due quesiti inerenti alla validità del Battesimo conferito con la seguente formula: «A nome del papà e della mamma, del padrino e della madrina, dei nonni, dei familiari, degli amici, a nome della comunità noi ti battezziamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».

In una nota esplicativa, il Dicastero osserva che “la deliberata modifica della formula sacramentale” era stata introdotta “per sottolineare il valore comunitario del Battesimo, per esprimere la partecipazione della famiglia e dei presenti e per evitare l’idea della concentrazione di un potere sacrale nel sacerdote a discapito dei genitori e della comunità, che la formula presente nel Rituale Romano veicolerebbe”. In realtà – ricorda la nota citando la Costituzione conciliare Sacrosantum Concilium – “quando uno battezza è Cristo stesso che battezza”, è lui “il protagonista dell’evento che si celebra”. Certamente, nella celebrazione “i genitori, i padrini e l’intera comunità sono chiamati a svolgere un ruolo attivo, un vero e proprio ufficio liturgico”, ma questo, secondo il dettato conciliare, comporta che “ciascuno, ministro o fedele, svolgendo il proprio ufficio, compia soltanto e tutto quello che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza” (Sacrosanctum Concilium, n. 28).

La nota prosegue dicendo: “Riaffiora con discutibili motivazioni di ordine pastorale, un’antica tentazione di sostituire la formula consegnata dalla Tradizione con altri testi giudicati più idonei”, ma “il ricorso alla motivazione pastorale maschera, anche inconsapevolmente, una deriva soggettivistica e una volontà manipolatrice”. Il Concilio Vaticano II, sulla scia del Concilio di Trento, dichiara “l’assoluta indisponibilità del settenario sacramentale all’azione della Chiesa”, stabilendo che nessuno “anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica”. Infatti, “modificare di propria iniziativa la forma celebrativa di un Sacramento non costituisce un semplice abuso liturgico, come trasgressione di una norma positiva, ma un vulnus inferto a un tempo alla comunione ecclesiale e alla riconoscibilità dell’azione di Cristo, che nei casi più gravi rende invalido il Sacramento stesso, perché la natura dell’azione ministeriale esige di trasmettere con fedeltà quello che si è ricevuto”.

La celebrazione dei sacramenti

La nota spiega che – Nella celebrazione dei Sacramenti l’assemblea non agisce “collegialmente”, ma “ministerialmente” e il ministro “non parla come un funzionario che svolge un ruolo affidatogli, ma opera ministerialmente come segno-presenza di Cristo, che agisce nel suo Corpo, donando la sua grazia”. In questa luce “va compreso il dettato tridentino sulla necessità del ministro di avere l’intenzione almeno di fare quello che fa la Chiesa”: un’intenzione che non può rimanere “solo a livello interiore”, con il rischio di soggettivismi, ma si esprime anche in un “atto esteriore” compiuto “non in nome proprio, ma nella persona di Cristo”.

 

 

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