La Santa Sede e le vittime ignorate di Rupnik in un “processo fantasma”
L’avvocata Laura Sgrò, legale di cinque denuncianti, esprime preoccupazione per lo sconforto e il senso di abbandono che un procedimento avvolto nel segreto genera nelle vittime

Avvocato Sgrò – Foto: Instagram lliberevento
Redazione (29/07/2026 11:43, Gaudium Press) Nonostante la smentita della Sala Stampa vaticana, secondo cui il caso Rupnik si sarebbe concluso con un’assoluzione presso il Dicastero per la Dottrina della Fede che lo sta giudicando, continua a persistere la sensazione diffusa che la giustizia vaticana non funzioni e, peggio ancora, ignori il dolore delle vittime.
Così riassume Riccardo Cascioli, nel suo articolo su La Nuova Bussola Quotidiana intitolato «Vittime ignorate, il processo a Rupnik è un altro scandalo»
Cascioli riporta in particolare le dichiarazioni dell’avvocata Laura Sgrò, legale di cinque denuncianti, la quale richiama l’attenzione sulla desolazione e sul senso di abbandono generati da un procedimento avvolto nel segreto, nel quale non sono state nemmeno ascoltate le persone coinvolte né sono stati resi noti i nomi dei giudici.
Infatti, il lungo processo canonico a carico del sacerdote e artista Marko Ivan Rupnik, accusato da decine di persone di abusi fisici, psicologici e spirituali commessi nell’arco di oltre tre decenni, continua a causare momenti di profonda sofferenza e incertezza alle vittime. Al peso emotivo e spirituale delle aggressioni subite si aggiunge ora lo sconforto causato dalla mancanza di informazioni, dall’indifferenza istituzionale e dall’opacità che circonda gli atti relativi al caso dinanzi al tribunale del Dicastero per la Dottrina della Fede.
Lo ha evidenziato la signora Sgrò, rappresentante legale di cinque delle ex suore che hanno formalmente denunciato l’ex sacerdote gesuita. In recenti dichiarazioni rilasciate a seguito delle indiscrezioni giornalistiche sullo svolgimento del procedimento e sulla mancanza di pronunciamenti chiari da parte del Vaticano, l’avvocata ha denunciato che il modo in cui viene gestito il procedimento costituisce
un’«ulteriore violenza» nei confronti di donne le cui ferite sono ancora aperte.
Un dolore che le vittimizza nuovamente a causa del silenzio e dell’abbandono
Il nocciolo del malcontento risiede nell’assoluta mancanza di comunicazione con le persone direttamente coinvolte. Nonostante abbia ripetutamente richiesto di formalizzare la partecipazione delle vittime al procedimento in qualità di parte lesa, la difesa denuncia di non aver ricevuto alcuna risposta dagli organismi competenti.
In una lettera indirizzata al cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, l’avvocata Sgrò ha espresso lo stato d’animo delle denuncianti:
«Le mie assistite sono profondamente sconcertate e addolorate. Non sono mai state informate di nulla, nemmeno tramite la mia mediazione, riguardo a un procedimento sul quale si mormora di tutto ma di cui non si sa nulla con certezza. (…) Le vittime si sentono abbandonate e tradite; vittime ancora una volta di un sistema che non le ha mai accolte, protette né confortate».
L’avv. Sgrò sostiene che nascondere informazioni fondamentali sul procedimento giudiziario finisca per vittimizzare nuovamente coloro che hanno già subito gravi abusi e danni morali in contesti ecclesiali o comunitari.
«Un processo alla cieca»: le dichiarazioni di Laura Sgrò
L’avvocata delle denuncianti ha chiarito con decisione che la sua richiesta non mira a rendere il caso oggetto di spettacolarizzazione né a modificare il diritto canonico, quanto piuttosto a ottenere il rispetto delle garanzie procedurali fondamentali presenti in qualsiasi sistema giudiziario, che assicurino un processo giusto ed equo:
«Non ho mai chiesto un processo pubblico né che la Santa Sede modifichi il proprio ordinamento giuridico, ma solo che vi siano le informazioni minime necessarie a garantire il diritto alla difesa e il principio del contraddittorio. Senza queste garanzie, non può esserci giustizia».
Sgrò ha definito l’attuale sviluppo della vicenda come un «processo fantasma» o condotto nella più totale oscurità, in cui le vittime non sono state convocate a testimoniare né hanno potuto conoscere elementi essenziali del caso, quali l’identità dei magistrati incaricati:
«Come si può garantire la credibilità in un processo in cui le vittime non conoscono nemmeno i nomi dei giudici? Potrebbe sussistere un’incompatibilità legata a fatti del passato o ad animosità nascoste che influenzino la sentenza. Come si possono tutelare le parti —sia l’accusa che la difesa— nell’ambito di un processo di cui non si sa assolutamente nulla? Ciò rappresenta un’ulteriore violenza esercitata contro queste donne».
L’avvocata ha inoltre rivelato che i tentativi di avviare un dialogo diretto con il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e con il segretario della Sezione Disciplinare, mons. John Joseph Kennedy, si sono rivelati infruttuosi.
Antefatti e la richiesta di una verità completa
La sofferenza delle denuncianti si acuisce di fronte al contrasto tra l’attuale riservatezza processuale e i fatti che sono già stati ampiamente accertati. Nel febbraio 2023, la stessa Compagnia di Gesù ha presentato le conclusioni di un gruppo di ricerca indipendente (Team Referente) che ha raccolto testimonianze di abusi commessi tra la metà degli anni ’80 e il 2018. In tale occasione, la Compagnia ha riconosciuto che il grado di credibilità delle denunce era «molto elevato», dato che molte delle vittime non si conoscevano tra loro e descrivevano modelli di comportamento coincidenti.
Successivamente, nel marzo 2023, i superiori gesuiti hanno indirizzato una lettera alle persone coinvolte, nella quale hanno espresso la volontà di intraprendere un «percorso di verità, riconoscimento e guarigione interiore».
Tuttavia, l’attuale clima di incertezza, aggravato dalle fughe di notizie e dall’opacità che regna nei corridoi vaticani, rischia di ostacolare tale percorso di riparazione spirituale e umana. Per le vittime e i loro rappresentanti legali, il ripristino della giustizia all’interno della Chiesa richiede non solo una giusta attribuzione delle responsabilità, ma anche una considerazione compassionevole e il rispetto per la dignità di coloro che hanno alzato la voce dopo decenni di silenzio.




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