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Le persecuzioni di Padre Pio

Mentre tra i fedeli cresceva l’entusiasmo per Padre Pio, un prelato e alcuni canonici, purtroppo contrariati dalla situazione creata dalla fama del monaco stigmatizzato, diffondevano terribili calunnie contro di lui.PadrePio11

Redazione (23/09/2026 16:23, Gaudium Press) Il convento di San Giovanni Rotondo faceva parte dell’Arcidiocesi di Manfredonia, il cui arcivescovo era monsignor Pasquale Gagliardi.

Mentre l’entusiasmo per Padre Pio cresceva tra i fedeli, questo prelato e alcuni canonici del paesino, fortemente contrariati dalla situazione creata dalla fama del monaco stigmatizzato, diffondevano terribili calunnie contro di lui. E il peggio doveva ancora venire.

Padre Agostino Gemelli, sacerdote francescano che aveva condotto una vita lontana dalla religione fino all’età di venticinque anni, quando aveva abbracciato la fede, fece visita a Padre Pio nel 1920 con l’intento di esaminare le sue stigmate.

Tuttavia, le autorità avevano deciso, l’anno precedente, che qualsiasi esame delle piaghe del religioso sarebbe stato effettuato solo previa autorizzazione scritta del Sant’Uffizio e del superiore dei Cappuccini. Poiché il sacerdote non disponeva di tale autorizzazione, il Santo non poté mostrargli i segni della Passione. Insoddisfatto, Gemelli iniziò ad affermare ovunque che le ferite fossero autolesioni e che lui stesso le avesse esaminate.

Ora, il 22 gennaio 1922 morì Papa Benedetto XIV e salì al soglio pontificio Pio XI, di cui padre Gemelli godeva dell’amicizia… Non erano trascorsi tre mesi dalla sua incoronazione che il Sant’Uffizio decise di mettere Padre Pio sotto osservazione.

Nel maggio dell’anno successivo, fu pubblicata una severa condanna nei confronti di ­Padre Pio, nella quale la congregazione vaticana ribadiva continuamente la necessità di trasferirlo in un altro convento. Nonostante un errore canonico presente nel documento, si tentò di applicare le decisioni, ma invano: la pressione della popolazione era tale che divenne impossibile trasferire il santo italiano senza ricorrere alla forza.

Di fronte a tanta ingiustizia, Emmanuele Brunatto, convertitosi dopo una confessione radicale con il Santo e considerato il suo «primo figlio spirituale», non rimase a guardare.

Esempio di resistenza alle persecuzioni

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Emanuele Brunatto

Brunatto iniziò a indagare sulla vita, tutt’altro che esemplare, dei persecutori di Padre Pio. Riuscì a raccogliere innumerevoli prove al riguardo e partì subito per Roma, al fine di informare la Santa Sede.

I risultati di questa iniziativa furono, tuttavia, scarsi. Infatti, lì trovò solo il sostegno di San Luigi Orione e dei cardinali Pietro Gasparri e Merry del Val. Brunatto notò che l’ostilità verso Padre Pio non proveniva solo da un semplice vescovo di Manfredonia e da alcuni canonici.

Decise quindi di ricorrere a mezzi più radicali. Il 21 aprile 1926 scrisse il libro Padre Pio da Pietrelcina – condannato dal Vaticano due giorni dopo la pubblicazione –, nel quale mostrava la vera fisionomia morale di quei calunniatori.

Nonostante la citata condanna dell’opera, si ottennero buoni risultati: la nomina di un visitatore apostolico per correggere le deviazioni morali denunciate e la designazione dello stesso Brunatto come ausiliario. Per quanto riguarda Mons. Gagliardi, alcuni anni dopo fu destituito dal suo incarico, in seguito a un’indagine richiesta dai sacerdoti della sua arcidiocesi, a causa di orrori di lunga data che il pudore mi impedisce di riportare in questa sede.

Un “libro-bomba”

Trascorso un certo tempo, il cardinale Merry del Val incaricò Brunatto di condurre un’indagine sui costumi licenziosi di alcune personalità delle più alte sfere religiose, compito che egli portò a termine con successo. Forte delle informazioni ottenute, decise, per esercitare pressione affinché Padre Pio fosse liberato, di far circolare una Lettera alla Chiesa, attraverso la quale rendeva pubblica la pessima condotta morale dei persecutori del suo padre spirituale, alcuni dei quali rivestiti di alte cariche in ambito ecclesiastico.

Questa volta, tuttavia, l’esito non fu favorevole: come risposta, fu pubblicato un decreto che obbligava Padre Pio a celebrare le sue Messe solo all’interno delle mura del convento, e non in una chiesa pubblica, oltre a privarlo delle altre facoltà del ministero. Se Brunatto avesse unito il suo ardore a una saggia diplomazia, forse l’esito sarebbe stato diverso…

Mancò di accortezza anche il suo amico e collaboratore, l’avvocato Francesco Morcaldi, che si lasciò convincere da alcune autorità a consegnare diversi documenti in suo possesso, i quali erano serviti da base per la stesura della Lettera alla Chiesa, in cambio di una presunta «misura liberatoria» nei confronti di Padre Pio, che non fu mai adottata.

Deluso, Brunatto decise di non cedere più di un millimetro e pubblicò, nel 1932, un “libro-bomba”: Gli anticristi nella Chiesa di Cristo. In esso denunciava non solo i nemici dichiarati del frate stigmatizzato, ma anche altre alte personalità che con il loro comportamento svilivano la dignità del proprio incarico…

Il risultato fu immediato: il 14 luglio 1933, Padre Pio si ritrovò in libertà. Lo stesso Papa Pio XI affermò che era stata «la prima volta nella storia della Chiesa che il Sant’Uffizio tornasse sui propri decreti».

Preludio a una nuova persecuzione

I miracoli e le guarigioni non cessavano e i devoti si moltiplicavano; tuttavia, era ben lungi dall’essere libero dai suoi persecutori…

La situazione economica dei cappuccini in Italia era critica. Soprattutto a Foggia, dove i religiosi avevano depositato ingenti somme nelle mani di un famoso banchiere, Giuffrè, che finì per fallire. Tutto ciò che gli era stato affidato era andato in fumo.

Padre Pio non si era mai lasciato coinvolgere in una vicenda del genere e sconsigliava ai suoi confratelli di farlo. Poiché cercava il Regno di Dio e la sua giustizia, confidava che il resto gli sarebbe stato dato in aggiunta (cfr. Mt 6, 33). Infatti, le donazioni affluivano in abbondanza e, grazie ad esse, il Santo poteva mantenere un ospedale che aveva costruito, la Casa Sollievo della Sofferenza, il cui terreno era stato donato dallo stesso Emmanuele Brunatto.

Tuttavia, alcuni confratelli di Padre Pio iniziarono a sottrarre le donazioni a lui destinate. La notizia giunse al Vaticano e a Mons. Mario Crovini fu affidato il compito di accertare la situazione, che purtroppo si rivelò vera. Così, i colpevoli ricevettero alcune sanzioni. Tuttavia, appena terminata la missione, Papa Giovanni XXIII acconsentì a una richiesta del Ministro Generale dei Cappuccini: una visita apostolica che ponesse fine all’«incapacità» di Padre Pio di amministrare l’ospedale.

Subito dopo tale decisione, alcuni confratelli di Padre Pio iniziarono a “indagare” su di lui, collocando registratori in vari luoghi della sua sfera privata, come nella sua cella e persino nel suo confessionale: un vero e proprio sacrilegio! Ma essi affermavano di obbedire a ordini provenienti dall’alto.

Parzialità e ingiustizia da parte dei visitatori

Il visitatore apostolico, mons. Carlo Maccari, entrò in azione il 29 luglio 1960. La prima persona che visitò fu Michele De Nittis, uno dei canonici di San Giovanni Rotondo che aveva ferocemente calunniato Padre Pio negli anni Venti.

Mentre lui proseguiva il lavoro, il suo assistente, padre Giovanni Barberini – lo stesso che in seguito avrebbe affermato che una benedizione del visitatore apostolico valeva più di mille assoluzioni di Padre Pio –, dopo aver setacciato tutta la corrispondenza del cappuccino senza trovare nulla che potesse servire a condannarlo, trascorreva il tempo nei bar e nei ristoranti della città.

L’indagine avrebbe dovuto concludersi il 2 ottobre, ma entrambi i visitatori lasciarono il convento il 17 settembre. Nonostante la mancanza di motivi concreti, furono adottate severe misure restrittive riguardo ai contatti del Santo con i fedeli.

Il «Libro bianco»

Il 3 ottobre il Vaticano pubblicò le disposizioni di mons. Maccari riguardo a Padre Pio, le quali, secondo quanto si sosteneva, miravano a «proteggere la Chiesa da forme deleterie di fanatismo». Le condanne si susseguirono una dopo l’altra e tutti – soprattutto Brunatto – temevano che Padre Pio venisse destituito dalla direzione dell’ospedale.

Rischiando tutto per difendere il suo padre spirituale, Emmanuele Brunatto inviò una calorosa lettera al Sant’Uffizio, nella quale affermava di essere disposto a «far saltare in aria la cabala infernale che dura ormai da un terzo di secolo, se qualcuno dovesse intaccare la libertà di Padre Pio, o se venissero apportate modifiche alla struttura della sua opera [l’ospedale] senza il suo consenso e il nostro».

Tuttavia, le condanne non cessavano. Non avendo altra alternativa, decise di rendere pubblico il fatto che nel confessionale di Padre Pio erano stati installati dei registratori. Non tardò a farsi vivo un cardinale del Sant’Uffizio per fargli visita, al fine di ristabilire la pace. Stipularono un accordo: Brunatto avrebbe cessato le pubblicazioni e loro avrebbero mantenuto Padre Pio alla guida dell’ospedale.

Tuttavia, ancora una volta non mantennero la parola: nello stesso mese, i superiori di Padre Pio lo costrinsero a firmare un documento di cessione dell’immobile.

Come ultima risorsa, il difensore di Padre Pio raccolse tutti i documenti che aveva accumulato dagli anni ’20 fino agli anni ’60 e ne fece una raccolta, intitolata Libro bianco. Tuttavia, la sua pubblicazione fu rinviata a causa della morte di Papa Giovanni XXIII. Brunatto si limitò a inviare una copia del documento al segretario generale dell’ONU, al presidente della Repubblica Italiana e al nuovo Papa, Paolo VI.

Infatti, non ci volle molto perché il Pontefice prendesse l’iniziativa di liberare il santo cappuccino, nel 1964. Tuttavia, poiché Brunatto non ne era a conoscenza, si vide costretto a pubblicare la sua opera controversa, che ebbe grande risonanza, soprattutto tra le autorità ecclesiastiche riunite per il Concilio Vaticano II.

Una morte misteriosa

Un anno dopo, nella notte tra il 9 e il 10 febbraio 1965, Emmanuele Brunatto fu trovato morto nella sua abitazione, vittima, secondo le autorità, di un infarto cardiaco. Tuttavia, alcuni dei suoi compagni avanzano altre ipotesi, come l’avvelenamento da stricnina. Va sottolineato che la sua cena veniva solitamente acquistata ogni giorno in un ristorante vicino.

Inutile dire che quest’uomo, difensore della verità e persecutore dei nemici della Chiesa, era odiato tanto quanto lo stesso Padre Pio, poiché, in realtà, era Dio stesso ad essere odiato nella loro persona.

Sappiamo, tuttavia, che finché sulla terra ci saranno uomini che siano rappresentanti viventi di Dio e dell’integrità, questi saranno sempre oggetto di persecuzione e di odio da parte di coloro che tramano l’iniquità. Ed è proprio per questo che il Signore non priverà mai la sua Chiesa della presenza di “Emmanuel Brunatto”, persecutori del male che sanno smascherare, al momento opportuno, i nemici della verità.

Testo tratto, con adattamenti, dalla rivista Arautos do Evangelho n. 244, aprile 2022. Di Lucas Rezende de Sousa.

 

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