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Leone XIV in Spagna: ogni vita umana deve essere custodita dal concepimento fino al naturale tramonto

Nel suo atteso discorso al Parlamento, il Pontefice ha parlato della grandezza della Spagna, della Scuola di Salamanca e del Bene comune.

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Foto: Screenshot YouTube Vatican Media

Redazione (08/06/2026 21:18, Gaudium Press) Grande impatto ha avuto l’atteso discorso di Papa Leone XIV al Parlamento spagnolo, che ha suscitato un applauso da parte dei deputati durato circa sette minuti. È chiaro inoltre che la portata di questo viaggio apostolico, sorprendente per molti e molto apprezzato, sta già avendo eco e ripercussioni nell’ambito politico.

Al suo arrivo, alle 10:15, il Pontefice è stato accolto dalla presidente del Congresso dei Deputati, Francina Armengol, e dal presidente del Senato, Pedro Rollán.

Nel suo discorso, Papa Leone ha ringraziato la presidente per le parole di benvenuto e per la cortesia di averlo accolto nel Palazzo del Congresso dei Deputati. Subito dopo, ha asserito di essere giunto in quel luogo come Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa, consapevole della sua missione di «Successore dell’apostolo Pietro come principio e fondamento dell’unità dei Vescovi e dei fedeli», fatto che pone anche lui e la Santa Sede «in modo peculiare, in dialogo con i popoli e con gli Stati», manifestando in questo caso concreto «un gesto di vicinanza verso la Spagna, nel quadro della reciproca cooperazione, e una parola offerta dal servizio alla persona umana».

La Chiesa cattolica «riconosce “l’autonomia delle realtà terrene” e “la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica”; e, proprio a partire da questa consapevolezza, offre una riflessione che nasce dal desiderio di servire il bene comune e di ricordare ciò che rende veramente umana la convivenza», ha affermato Leone, richiamando quanto espresso in Magnifica Humanitas (cfr. 18-19).

Spagna: luogo d’incontro tra fede e ragione, arte e diritto, tradizione e pensiero

Leone XIV ha elogiato il fatto che nel Paese iberico «la sua identità geografica e politica si sia intrecciata con una storia in cui fede e ragione, arte e diritto, tradizione e pensiero hanno saputo incontrarsi in modo fecondo. Nelle sue cattedrali e nelle sue università, nella sua letteratura immortale, nelle sue istituzioni giuridiche e nello stesso animo del suo popolo, rimane viva un’eredità che ha dato forma a uno stile di vita improntato alla libertà, alla pratica della giustizia e all’ordinamento della vita comune».

Ricordando i classici della cultura spagnola come Cervantes, Santa Teresa e Unamuno, il Pontefice ha detto che «la Spagna ha saputo guardare l’essere umano come qualcosa di più di un semplice elemento dell’ordine sociale, economico o politico: lo ha riconosciuto come creatura aperta alla verità, dotata di libertà e mossa da una sete di eternità che nessuna realtà temporale riesce a spegnere; in una parola, come qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l’azione legislativa».

Il Papa ha fatto menzione speciale della scuola di Salamanca «e del pensiero che vi è stato elaborato», sottolineando inoltre che «la presenza simbolica in questa sala dei Re, Isabella e Ferdinando, rimanda a quel periodo in cui la Spagna si trovò di fronte a responsabilità storiche di portata universale; pochi anni dopo, Salamanca avrebbe dovuto assumersi, con singolare lucidità, la riflessione morale e giuridica che quella situazione richiedeva».

All’Università di Salamanca, «quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere».

Scuola di Salamanca: unione dell’azione storica con la ragione morale

La Scuola di Salamanca «—e in modo particolare fra’ Francesco di Vitoria, insieme ad altri domenicani e gesuiti— contribuì a formare una coscienza giuridica e morale capace di ricordare che l’autorità comporta sempre una responsabilità e che ogni essere umano deve essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri. Questo anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, sia a livello nazionale che internazionale». Questa è una «delle grandi eredità della Spagna», quella di «aver unito l’azione storica alla lucidità della ragione morale», ragione che da Salamanca «trascese le aule e le biblioteche, e finì per diventare parte di una coscienza più ampia, condivisa dalla comunità internazionale che continua a chiedersi come costruire la pace sul riconoscimento della persona e non sull’imposizione della forza».

Questo pensiero deve illuminare l’approccio ai «nuovi mondi»

Questo pensiero deve illuminare anche l’approccio ai «nuovi mondi che si aprono davanti a noi e che non sono più tracciati sulle mappe: si dispiegano nella tecnica, nell’economia, nella biomedicina e nell’universo digitale, dove il potere umano raggiunge ambiti sempre più delicati della vita personale e sociale».

Il Pontefice ha sottolineato che «le trasformazioni del nostro tempo» richiedono un discernimento, il quale «parte da un’affermazione fondamentale: ogni società autenticamente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana. Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle oscillazioni delle maggioranze di ogni momento».

Partendo da questi fondamenti, il Papa ha voluto «rivolgere oggi una parola serena e ferma a coloro che hanno la grave responsabilità di ordinare giuridicamente la convivenza sociale», una convivenza che «può essere minacciata dalla cultura dello scarto», la quale si manifesta, ad esempio, in una «comunità che accantona il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri». «La difesa della vita umana non è una questione parziale né un interesse confessionale: è una meta della civiltà».

Il Pontefice ha ricordato che il bene comune «non consiste nella mera somma di interessi particolari, ma nell’“insieme delle condizioni della vita sociale che rendono possibile alle associazioni e a ciascuno dei loro membri il raggiungimento più pieno e più facile della propria perfezione”»; se si ignora questa realtà, si «corre il rischio di frammentarsi in interessi parziali, incapaci di custodire ciò che appartiene a tutti». In questo contesto, è importante la cura della famiglia, delle istituzioni educative dove si impari «a cercare e ad amare la verità», e che rispettino sempre «il “diritto primario e inalienabile” dei genitori di “scegliere il tipo di educazione e di formazione che i propri figli ricevono, in coerenza con le proprie convinzioni morali, culturali e religiose”».

Leone XIV ha fatto riferimento anche al «tragico dramma migratorio», che deve interpellare la coscienza umana illuminata dal concetto di dignità dell’uomo. La sfida globale della migrazione non può essere affrontata da una sola nazione, ma attraverso una «risposta coordinata, solidale ed efficace», ha sottolineato.

L’attuale crisi mondiale merita una pace fondata sull’etica

Il Pontefice ha concluso il suo intervento segnalando la “profonda crisi spirituale e culturale” mondiale, che riveste “molteplici forme di violenza, polarizzazione e reciproca sfiducia”. “In questo contesto, la pace si presenta come un’aspirazione politica e, ancor più, come una vera e propria esigenza morale. Richiede un discorso pubblico che rispetti chi la pensa diversamente, istituzioni al servizio dell’incontro, una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione e una vita sociale capace di sostenere l’amicizia civica e il rispetto reciproco in mezzo al dissenso».

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Foto: Screenshot Youtube Vatican Media

«Sul piano internazionale, la pace esige coraggio diplomatico, responsabilità etica e una visione del futuro fondata sul rispetto dell’identità di ogni popolo e sull’obbligo degli Stati di risolvere le loro controversie attraverso le vie pacifiche offerte dal diritto internazionale». Preoccupa il Pontefice che «in diverse parti del mondo, e anche in Europa, il riarmo si presenti nuovamente come una risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale. La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra».

«Allo stesso modo — ha sottolineato Leone — all’interno delle società stesse è urgente costruire una cultura della reciprocità. La pluralità politica non dovrebbe degenerare in una permanente delegittimazione dell’avversario. In una convivenza matura, anche il conflitto può diventare un cammino verso la pace, quando le differenze vengono mitigate dall’ascolto e orientate al riconoscimento dei bisogni, degli aneliti e delle capacità di tutti». «Da questo rispetto per l’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio».

La libertà di riconoscere e aderire al bene

La libertà, del resto, «non significa solo essere liberi da costrizioni o disporre di molte possibilità di scelta; significa poter riconoscere il bene e aderirvi responsabilmente. Per questo, ogni società effettivamente libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico, affinché la libertà delle persone, delle comunità e delle associazioni non sia indebitamente limitata». Il Pontefice ha poi sottolineato quanto sia importantissimo per la Chiesa «il segreto sacramentale della confessione», il quale «si inserisce nell’ambito più ampio della libertà religiosa, che garantisce alle comunità credenti uno spazio proprio di vita, organizzazione e disciplina interna».

Alludendo ai dipinti presenti nel salone, che «evocano l’accoglienza del Vangelo e del Decalogo», e «senza confondere l’ordine politico con quello religioso», Papa Leone ha invitato a riconoscere «che la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana». In quella scuola interiore, i popoli hanno imparato che il diritto deve servire al bene, che la giustizia pone limiti alla forza, che il potere ha bisogno di legittimità, che i poveri appartengono pienamente alla comunità, che lo straniero deve essere accolto secondo la sua dignità e che la vita umana non può mai essere trattata come una merce. Una legge non raggiunge la sua vera grandezza per il semplice fatto di essere stata formalmente approvata; la raggiunge quando, oltre ad essere valida nella forma, può presentarsi davanti alla dignità della persona e superare tale esame senza vergognarsi».

Il Papa ha concluso chiedendo che «sul Regno di Spagna, segnato dall’impronta apostolica di San Giacomo e dalla presenza materna della Vergine del Pilar, discendano giorni di prosperità, giustizia e pace duratura».

 

 

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