Santa Teresa d’Avila, la Grande
Santa Teresa d’Ávila è stata una delle figure femminili più importanti di tutta la storia. Una donna così straordinaria da meritare di essere proclamata Dottore della Chiesa. All’età di vent’anni entrò nel Carmelo di Ávila. A quarant’anni, con l’aiuto di San Giovanni della Croce, avviò la riforma dell’Ordine del Carmelo. Scrisse diversi libri che racchiudono la sua altissima dottrina e le sue esperienze mistiche. La sua memoria si celebra il 15 ottobre.
Redazione (15/10/2026 15:34, Gaudium Press) Vi sono persone così unite a Dio che, per così dire, incarnano la grandezza, poiché in loro risplende la luce della vita divina, presente in grado elevato nel loro intimo.
Una di queste anime si distinse nel XVI secolo, realizzando i piani tracciati da Dio per lei con tale perfezione e fedeltà, che la grandezza si incorporò al suo nome: Santa Teresa la Grande.
Malattia e invito alla contemplazione
Teresa de Cepeda y Ahumada nacque il 28 marzo 1515 a Gotarrendura, nella provincia di Ávila, all’interno di una numerosa famiglia della piccola nobiltà castigliana. Fin da bambina era interessata alle storie della vita dei santi e, quando venne a conoscenza delle gesta dei primi martiri, pensò che quella fosse una via diretta verso il Cielo.
Decise quindi di fuggire con il fratellino Rodrigo nel paese dei mori, per offrire lì le loro vite in difesa della fede. Si erano già allontanati di molto dalle mura della città quando uno zio riuscì a rintracciarli e li riportò a casa.
Avendo perso la madre all’età di soli 14 anni, Teresa si affidò alla Madonna, accogliendola come unica Madre. A vent’anni entrò nel monastero carmelitano dell’Incarnazione, ad Ávila — inizialmente contro la volontà del padre —, prendendo i voti un anno dopo.
Lì vivevano quasi 200 religiose secondo la regola mitigata del Monte Carmelo. Suor Teresa ricevette una cella spaziosa, insieme alla libertà di ricevere visite a qualsiasi ora e di recarsi in città per qualsiasi motivo. Era consuetudine che le suore trascorressero ore a conversare nel locutorio, trasformato in una sorta di centro di incontri sociali.
Tuttavia, la croce, elemento essenziale della grandezza, non tardò a presentarsi a quell’anima eletta. Poco dopo la professione religiosa, la sua salute si era talmente indebolita che il padre, Alonso de Cepeda, ottenne il permesso di condurla al villaggio di Becedas, dove risiedeva una signora le cui cure mediche erano famose per la loro efficacia. Durante il viaggio, Teresa scoprì la preghiera mentale grazie al libro *Terzo alfabeto spirituale*, di padre Francisco de Osuna, sentendosi chiamata alla vita di contemplazione.
Le cure, tuttavia, non produssero il risultato sperato: «Alla fine di due mesi, a forza di medicamenti, la mia vita volgeva al termine».
Al ritorno alla casa paterna, una fortissima contrazione muscolare la lasciò priva di sensi per quasi quattro giorni. L’avrebbero seppellita se il padre non si fosse opposto. Al risveglio, le sue condizioni erano critiche: «Ero rannicchiata, come avvolta in un groviglio. Sembravo morta, incapace di muovere braccia, piedi, mani e testa».
Pur in quelle condizioni, Teresa desiderava tornare al più presto in convento. La sua anima, come quella di Giobbe (cfr. 2, 10), era in uno stato d’animo eccellente: «Ero pienamente rassegnata alla volontà di Dio, anche se mi avesse lasciata per sempre in quello stato. Se desideravo guarire, era unicamente per poter godere della solitudine, come prima, e dedicarmi alla preghiera».
Dopo tre anni di paralisi, le sue preghiere a San Giuseppe le procurarono la guarigione e, da quel momento in poi, la devozione al Santo Patriarca divenne fondamentale nella sua vita.
Lotta interiore e pace dell’anima
Con la salute ancora piuttosto cagionevole, Teresa riprese la vita comunitaria presso il monastero dell’Incarnazione. Tuttavia, lì si lasciava distrarre, trascurando la preghiera interiore nella quale aveva tanto progredito durante la sua malattia. Quel monastero aveva perso il primo fervore della vocazione e si era allontanato dallo spirito carmelitano. Nel locutorio, aperto alle signore della società, si parlava spesso di frivolezze e vanità mondane, e tutto ciò finì per avere un’influenza negativa sulla vita spirituale della Santa.
Trascorso un po’ di tempo, su consiglio di fra Vicente Varrón, sacerdote domenicano, riprese l’abitudine di pregare mentalmente, sebbene ciò significasse per lei, all’inizio, intraprendere una vera e propria lotta contro se stessa: «In verità, per non dedicarmi alla preghiera, la violenza che il demonio mi infliggeva — o la mia cattiva abitudine — era talmente insopportabile, e tale era la tristezza che provavo entrando nell’oratorio, che per vincere me stessa dovevo ricorrere a tutto il mio coraggio, che, si dice, non è poco».
Un giorno, mentre pregava nel suo oratorio, rendendosi conto di come le sue chiacchiere futili avessero accresciuto le sofferenze di Cristo, provò un rimorso così vivo per le proprie mancanze che si gettò ai piedi di un’immagine di Nostro Signore martoriato, promettendo di non alzarsi da lì finché Egli non l’avesse rafforzata per non offenderLo più.
«La mia anima» — racconta nel Libro della Vita, la sua autobiografia — «ricevette grandi forze dalla divina Maestà, che deve aver ascoltato le mie grida, impietosendosi di tante lacrime. In me cominciò a crescere il desiderio di trascorrere più tempo con il Signore». E aggiunge: «Quando interiormente mi immaginavo di essere accanto a Cristo, […] mi veniva improvvisamente un tale sentimento della presenza di Dio, che non potevo affatto dubitare che il Signore fosse dentro di me, e io, tutta immersa in Lui».
Cristo sembrava camminare sempre al suo fianco
«Non voglio più che parli con gli uomini, ma solo con gli Angeli», furono le parole udite da Teresa nella prima estasi che le concesse la grazia divina. «Da quel giorno, mi sentii così animata a lasciare tutto per Dio, come se in quel preciso istante — che non mi sembra sia durato di più — Egli avesse voluto trasformare la Sua serva». Accanto alle prove, ora Cristo continuava a parlarle spesso e sembrava camminare sempre al suo fianco.
Non era raro, in quelle intimità con Gesù, sentire nell’anima il fuoco dell’amore divino. Più di una volta le capitò di avere il cuore trafitto da un Angelo, che le lasciava i segni fisici di una perforazione: «Il Signore ha voluto favorirmi alcune volte con questa visione.
Vedevo un Angelo vicino a me […]. Vedevo nelle sue mani una lunga lancia d’oro. Sulla punta di ferro mi sembrava di scorgere un po’ di fuoco. A volte sembrava infilarla nel mio cuore, in modo tale da raggiungere le viscere. Quando la estraeva, avevo l’impressione che se le portasse via con sé, lasciandomi tutta infiammata dal grande amore di Dio. Il dolore era così intenso che mi faceva emettere i gemiti di cui ho parlato. Questo dolore immenso produce una dolcezza così straordinaria che non se ne desidera la fine, né l’anima si accontenta di nulla che non sia Dio».
Non è il momento di trattare con Dio questioni di poca importanza…
Dopo una visione dell’inferno, intorno al 1560, si svelò nella sua anima la grande missione che le era riservata. Nel conoscere gli spaventosi tormenti dei dannati, provò immensa compassione nel vedere il gran numero di anime che erano condannate. La affliggeva moltissimo la situazione della Santa Chiesa, poiché le giungevano notizie dei danni causati in quel periodo dalle sette che cominciavano a diffondersi in Europa. Vedeva con amarezza quante persone si allontanavano da Dio e quanto fossero pochi i Suoi amici.
Cominciò allora a chiedersi cosa potesse fare per essere utile alla Chiesa in quel terribile bivio: «Mi convinsi che la prima cosa fosse seguire ciò che Sua Maestà aveva in mente quando mi chiamò alla vita religiosa, e osservare la mia Regola con la massima perfezione possibile». E consigliava alle sue sorelle di vocazione: «Impegnandoci tutte nella preghiera per i difensori della Chiesa, i predicatori e gli studiosi che la sostengono, avremmo aiutato, per quanto in nostro potere, questo mio Signore, così afflitto da coloro ai quali aveva fatto tanto bene».
A partire da questa risoluzione, la sua vita fu caratterizzata da un crescente amore per il proprio Ordine Religioso, senza pensare al proprio profitto spirituale, ma al servizio del Corpo Mistico di Cristo, per la cui causa il suo cuore ardeva di zelo.
Vedeva, soprattutto, la necessità di riformare il Carmelo e sentiva la chiamata della Provvidenza a realizzare tale missione. Desiderava comunità che non fossero semplici rifugi di anime contemplative, preoccupate di godere e assaporare la comunione divina, ma vere e proprie fiaccole d’amore impegnate a riparare il male che veniva fatto alla Chiesa. «Il mondo sta andando a fuoco. Vogliono, per così dire, condannare nuovamente Cristo, gli addossano mille false testimonianze. Intendono abbattere la Sua Chiesa. […] No, sorelle, non è tempo di trattare con Dio questioni di poca importanza!».
Fondazione di San Giuseppe e inizio della Riforma del Carmelo
Questo desiderio di fondare case religiose di stretta osservanza della Regola carmelitana primitiva fu ben presto confermato e incoraggiato da Nostro Signore. «Un giorno, dopo la comunione, Sua Maestà mi ordinò espressamente di dedicarmi a questa impresa con tutte le mie forze. Mi fece grandi promesse che il monastero, nel quale Egli sarebbe stato molto ben servito, non sarebbe mancato di essere fondato. Mi disse che avrebbe dovuto essere dedicato a San Giuseppe. Questo glorioso Santo ci avrebbe custodito da una porta, la Madonna dall’altra, e Cristo avrebbe camminato con noi. La nuova casa sarebbe diventata una stella da cui si sarebbe irradiato grande splendore. […] Mi disse inoltre di riflettere su come sarebbe il mondo se non ci fossero religiosi».
Con l’aiuto di alcuni amici acquistò, nella stessa città di Ávila, una minuscola casa in condizioni precarie destinata a diventare il nuovo monastero. Una volta intrapresa l’impresa, iniziarono le prove: un muro che si stava ricostruendo cadde sul suo piccolo nipote; suo cognato, che dirigeva i lavori, si ammalò; la bolla papale che approvava quella fondazione giunse incompleta da Roma… E quando, nel momento decisivo, all’alba crollò un altro muro della casa, costruito con gli ultimi ducati che suor Teresa era riuscita a procurarsi, la tentazione dello scoraggiamento minacciò tutti. Lei, tuttavia, guardando le macerie, disse: «Se è crollato, ricostruiamolo».
Infine, ottenute le autorizzazioni necessarie, il 24 agosto 1562 si celebrò la prima Messa nel Monastero di San Giuseppe ad Ávila, il primo tra i Carmeli riformati. Nella più stretta povertà e clausura, Teresa si dedicò alla formazione delle sue suore, mostrando loro la forza di una vita comunitaria ben condotta, all’insegna dell’obbedienza e della gioia. Ricordava loro sempre il motivo principale per cui avevano consacrato le proprie vite: «Se per questo avremo favore presso Dio, claustrali, lottiamo per Lui. Riterrò ben impiegate le sofferenze che ho patito per creare questo angolino, dove desideravo che fosse osservata con la perfezione originaria la Regola della nostra Imperatrice e Signora».
Questo modo di vivere radicale attirò ben presto molte nuove vocazioni. Quando Santa Teresa entrò nell’eternità, nel 1582, lasciò come eredità più di 20 monasteri del ramo riformato, sia femminili che maschili.
Testo tratto, con adattamenti, dalla rivista Arautos do Evangelho n. 130, ottobre 2012. Suor Maria Teresa Ribeiro Matos, EP





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